chirurgia plastica
Nel corso della storia, sono state approntate diverse tecniche per curare, rimodellare o ricostruire parti del corpo danneggiate.

Le cause più comuni di deturpazione potevano essere patologie ereditarie, malattie infettive o traumi. Per esempio, la diffusione in epoca moderna della sifilide provocava tra i sintomi più visibili il cosiddetto “naso a sella”.

Il naso era inoltre uno degli organi più vulnerabili in caso di scontri armati o duelli. Nel XVI secolo, il noto astronomo Tycho Brahe, in seguito all’amputazione del naso in un duello di spada, iniziò a servirsi di protesi presumibilmente in argento, oro, rame, ottone o legno.

Per quanto il termine chirurgia plastica sia stato introdotto solamente nel XIX secolo, le testimonianze dell’esistenza di una chirurgia ricostruttiva e dell’uso di protesi risalgono all’antichità.

Basti pensare che la più antica protesi oculare conosciuta risale a 4800 anni fa, realizzata in catrame e grasso animale, con fili d’oro per imitare i capillari dell’occhio.

Inoltre, uno dei più antichi riferimenti alla chirurgia della ricostruzione appare in un testo indiano del VI secolo a. C.: il Sushruta Samhita. Anche in questo caso, il riferimento riguarda nello specifico la ricostruzione del naso, la cui amputazione nell’antica India era prevista in caso di adulterio.

Di ricostruzione del naso si parla, per giunta, nell’antico papiro egiziano Smith e nel De medicina  del romano Aulo Celso.

L’antica tecnica indiana prevedeva la rimozione di un lembo di pelle dalla fronte o dalla guancia e la sua applicazione nella zona del naso. L’area esposta sulla fronte veniva poi mimetizzata tirando la pelle, suturandone i bordi e coperta indossando turbanti o copricapi simili.

La tecnica indiana, giunta in Europa grazie ai viaggi e alla diffusione dei testi islamici, venne perfezionata in epoca rinascimentale da due famiglie di barbieri chirurghi: i Branca in Sicilia e i Vianeo in Calabria.

Le innovazioni apportate implicavano la riparazione di nasi mutilati o amputati, utilizzando la pelle del braccio al posto di quella della guancia o della fronte.

L’arto veniva bloccato alla testa del paziente per 15 – 20 giorni fino a che la pelle non si fosse naturalmente fissata nella zona del naso. Poi  veniva reciso il pedicello.

La più ampia diffusione del metodo italiano avvenne però grazie al chirurgo bolognese Gaspare Tagliacozzi, che nel 1597 pubblicò il De curtorum chirurgia per insitionem, un trattato pionieristico sulla chirurgia ricostruttiva con innesto, che prendeva a modello pratiche diffuse in campo agricolo.

Tagliacozzi fu il primo a mettere per iscritto i dettagli del procedimento sviluppato dai Branca e dai Vianeo. Per questo motivo è celebrato dagli storici della medicina come il padre della chirurgia plastica.

L’opera del chirurgo bolognese si presentava in due volumi, il primo come trattato medico umanistico e il secondo dedicato alle tecniche di chirurgia ricostruttiva.

Nell’opera di Tagliacozzi i benefici medici ed estetici della chirurgia ricostruttiva venivano posti a confronto con gli svantaggi, come dolore, infezioni o esito negativo dell’intervento.

Secondo il chirurgo bolognese, la rinoplastica consentiva di nascondere la cavità nasale visibile quando manca il naso, di mantenere umide le mucose prevenendo irritazioni, di dirigire il flusso d’aria in modo corretto, ripristinando la qualità della voce.

Ci si potrebbe chiedere per quali motivi proprio alla fine del XVI secolo le tecniche di chirurgia ricostruttiva divennero oggetto di un’ampia monografia che ebbe enorme diffusione.

Prima di tutto, occorre tenere presente che Bologna e Padova rappresentavano le due città in cui la chirurgia si stava sviluppando come tradizione accademica, distinta dalle pratiche empiriche ampiamente utilizzate, a livello popolare, dai cosiddetti barbieri chirurghi.

Nel periodo della Rivoluzione scientifica, in cui si assisteva per la prima volta alla messa in discussione del sistema galenico, i chirurghi spalancarono le porte a nuove importanti innovazioni e scoperte (dalla legatura dei vasi in caso di amputazioni alla scoperta della circolazione sanguigna).

Tagliacozzi, inoltre, decise di dedicare un’intera opera alla chirurgia ricostruttiva non perché fosse il suo inventore, ma perché quel trattato rispondeva ad esigenze di tipo politico, culturale e sociale, tra cui l’ideologia dell’onore e del duello tipica delle classi aristocratiche.

La deturpazione del volto costituiva un elemento di rottura nella visione rinascimentale, di derivazione classica, di bellezza, proporzioni e integrità della figura umana.

Per un uomo aristocratico che aveva ricevuto ferite in duello, mostrare un volto sfregiato implicava una diminuzione della propria virilità.

Per questo i nobili si rivolgevano a chirurghi come Tagliacozzi per una procedura costosa, dolorosa e dall’esito incerto.

L’associazione tra violenza, mascolinità e chirurgia plastica resistette fino alla seconda metà del XX secolo. La tecnica di Tagliacozzi rimase in auge sino agli anni Quaranta e venne utilizzata per la ricostruzione dei volti dei soldati deturpati durante la Prima Guerra Mondiale.

Solo a partire dalla seconda metà del Novecento, si assistette all’introduzione della chirurgia estetica, prevalentemente associata nell’immaginario al genere femminile.

Fonti:

Parker Steve, Medicina. La storia illustrata, Gribaudo, 2017.

Savoia Paolo, Cosmesi e chirurgia. Bellezza, dolore e medicina nell’Italia moderna, Editrice Bibliografica, 2017.

Paola Panciroli è laureata in scienze filosofiche all’Università di Bologna, è attualmente docente di scuola secondaria. Dottoranda in storia della scienza all’Università di Roma Tor Vergata, ha collaborato con la cattedra di bioetica dell’Università di Modena e Reggio Emilia. All’impegno didattico nelle scuole affianca quello divulgativo e di ricerca, in ambito storico-medico e storico-filosofico.