Elena Dellù
Med.Stories incontra Elena Dellù, funzionario antropologo della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Bari.

Protagonista nel 2014 di una scoperta di grande impatto mediatico internazionale, il rinvenimento della sepoltura prona di una ragazzina (la cosiddetta “strega bambina” di Albenga), Elena Dellù oggi si occupa, tra l’altro, della tutela dell’Uomo di Altamura, il più antico e completo Neanderthal al mondo.

Un percorso brillante che merita di essere raccontato fin dagli inizi.

Cosa l’ha portata ad interessarsi allo studio dei resti umani antichi?

A volte penso che il mio fosse un destino già segnato. Ero piccola, avrò avuto 4 o 5 anni, con i miei genitori mi trovavo al Cimitero Maggiore di Milano per la riesumazione di mio nonno paterno.

Ricordo file interminabili di sepolture terragne aperte con individui scheletrizzati: io le osservavo senza timore, con la mia mano in quella di mia madre. È stato il mio primo incontro con la morte, un incontro indubbiamente forte, ma accompagnato e vissuto in compagnia dei miei cari in totale serenità.

Molto devo alle mie origini materne, pugliesi, dove il rapporto con la morte è sempre stato vissuto consapevolmente, con dolore, ma al contempo con grande naturalezza. Mi ricordo i racconti delle tradizioni, dei grandi momenti di condivisione sociale e di quei passaggi “obbligati” che sono propri della nostra natura.

Crescendo, ho avuto modo di fare vari viaggi in Italia e all’estero e sono sempre rimasta molto affascinata dagli scavi archeologici di aree funerarie; così ho deciso di iscrivermi ad un percorso archeologico che nel 1999 in Lombardia non prevedeva ancora la possibilità di avere una formazione mista tra ambito umanistico e biologico.

Nell’arco di pochi anni mi sono resa conto che lo studio del contesto tombale e dei corredi funerari non mi bastava: era come entrare in una casa, guardarla, studiarne strutture, mobili, oggetti senza interfacciarsi con i proprietari. Sentivo la necessità di studiare la fisicità dei soggetti del passato, gli esseri umani nelle loro caratteristiche biologiche e comportamentali, per ridare loro voce.

Così ho iniziato un percorso che, con intuito, ho creato dal nulla. Mi sono guardata attorno, ho frequentato i primi corsi di Antropologia e Paleopatologia aperti anche a chi non proveniva da settori scientifici come la medicina, la biologia o le scienze naturali. Devo molto ad alcuni dei professori universitari che ho incontrato nel mio cammino, ai vertici dei loro settori, come Silvia Lusuardi Siena per l’archeologia funeraria medievale, Enrico Giannichedda per l’archeologia teorica e le metodologie, Lanfredo Castelletti per la bioarcheologia e il team di Cristina Cattaneo, per l’antropologia e la paleopatologia.

Data la mia formazione, ho sempre avuto un approccio allo studio del passato fortemente interdisciplinare. Scorporare un elemento dal contesto mi sembra limitante, pertanto al dato antropologico fisico ho sempre associato lo studio archeologico e quello demoetnoantropologico,  collaborando con diverse figure professionali.

In Italia, purtroppo, non è ancora semplice vivere di Antropologia, così per diversi anni ho portato avanti due vite parallele che, appena era possibile, cercavo di far confluire: l’Archeologia mi consentiva egregiamente di lavorare, l’Antropologia era il mio settore di ricerca prediletto, ma indubbiamente meno facile da inseguire a livello lavorativo e a tempo pieno.

A un certo punto avevo quasi deciso di abbandonare per ridurre gli sforzi, poi nel 2016 è arrivato quello che definisco una sorta di miracolo per chi lavora nel mio campo: un concorso nazionale del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo per 5 posizioni di funzionari antropologi, poi divenute 10. Ho annullato la mia vita per un anno, ma la tenacia e lo studio pagano sempre. Ora posso dire che il mio sogno si è realizzato. Sono funzionario antropologo presso la Soprintenza ABAP per la città metropolitana di Bari.

Si è occupata di sepolture anomale: la storia della “strega bambina” di Albenga ha avuto un grande impatto mediatico internazionale. Secondo lei, come mai questo tipo di ritrovamenti genera così tanto interesse?

Il rapporto con la morte da sempre affascina l’uomo, non è pura curiosità, è attrazione verso uno degli aspetti meno conosciuti della vita. Le varie popolazioni che si sono susseguite nei millenni hanno affrontato questo rituale di passaggio con modalità differenti, ma il più delle volte era un evento collettivo di condivisione sociale.

Negli ultimi decenni molto è cambiato, soprattutto in ambito urbano dove le tradizioni e la componente aggregativa vengono sempre più a mancare. La morte è sempre più solitaria, gestita all’interno di piccoli nuclei familiari, meno razionalizzata. In molti casi, come stiamo vedendo in questo periodo di emergenza sanitaria, il processo del dolore e della consapevolezza che di norma si concretizzano nel rapporto col malato, viene completamente a mancare e la morte diviene un evento di stacco immediato e non elaborato mentalmente.

Entrare in contatto con resti umani, in particolare quelli antichi, genera nelle persone differenti sensazioni basate sulla propria esperienza personale con la morte. Sono sensazioni che vanno dalla destabilizzazione, alla paura, alla repulsione visiva, ma in molti casi producono un legame emotivo inconscio con un elemento che riconosciamo come connaturato in noi, ossia la nostra permanenza “materica” anche dopo millenni.

La cosiddetta “strega bambina” rinvenuta nel 2014 ad Albenga ha generato un interesse mediatico che io e i ricercatori del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana non ci saremmo mai aspettati. La giovane ragazza oltre ad essere affetta da scorbuto, sepolta prona e isolata rispetto al resto dei defunti, aveva un inquadramento cronologico molto suggestivo, ossia quello dell’inquisizione. E ad Albenga è noto un vescovo inquisitore.

È stato proprio da questa commistione di elementi, che la stampa nazionale e internazionale ha proposto la sua versione, definendo la defunta con quell’epiteto. Questo caso, come molti altri individuati in tutte le epoche, rappresentano dei veri e propri “misteri” che colpiscono il pubblico ancor più di un semplice rinvenimento antropologico.

Il convegno internazionale Sit tibi terra gravis. Sepolture anomale tra età medievale e moderna che, insieme al prof. Philippe Pergola e al dott. Stefano Roascio, organizzammo proprio ad Albenga nel 2016, ebbe un successo davvero inaspettato per una cittadina ligure del savonese di ridotte dimensioni e non facilmente raggiungibile. Ci colpirono le provenienze degli spettatori, da tutta Europa, e la quantità non solo di interessati ma anche di professionisti.

Indubbiamente le deviant burials assommano una serie di componenti che vanno oltre il dato prettamente funerario e biologico. Le loro particolarità e differenze rispetto a quella che è la prassi di seppellimento di un dato periodo storico, evocano nel più vasto pubblico sensazioni ancestrali legate al mondo ultraterreno e alla capacità di dominare la natura con forze occulte malefiche o benefiche.

Agli scienziati spetta il compito di esaminare i dati e, attraverso studi intersciplinari, dare una spiegazione storica e sociale di tali testimonianze.

Quale importanza riveste lo studio dei resti umani antichi nello studio delle antiche civiltà?

Fare ricerca in questo particolare ambito disciplinare vuol dire contribuire alla ricostruzione storica attraverso un elemento naturale, ossia i corpi delle persone che la storia l’hanno vissuta e plasmata; significa avere a disposizione vere e proprie biografie che noi specialisti definiamo “osteobiografie.”

Le ossa degli individui del passato, che potremmo considerare tutti come nostri avi, racchiudono molti elementi della vita dei singoli soggetti, sono dei reperti plasmati dalle vicissitudini personali e dalle attività svolte dai singoli individui, che registrano molti degli eventi di ogni singola vita attraverso modifiche biomeccaniche, lesioni, usure, markers ecc. Il loro patrimonio non solo biologico a livello macroscopico, ma anche genetico, è unico, non troveremo mai soggetti con identiche osteobiografie. Così come ciascuno di noi si percepisce come un singolo, dotato di  una propria e specifica personalità, così è il nostro apparato scheletrico.

Oltre alla storia personale, se esaminati come gruppi umani, gli individui consentono di ricostruire la vita di una data popolazione in un preciso momento storico, comunità che possono essere confrontate tra loro anche su vasta scala.

Andando indietro nel tempo, addirittura a più di 2 milioni di anni fa, possiamo seguire i primi grandi movimenti migratori noti che hanno caratterizzato l’evoluzione di Homo, fino ad arrivare a circa 40.000 anni fa alla presenza sul nostro territorio di Homo Sapiens, ossia noi stessi nella nostra forma scheletrica. E come potremmo definire questi processi storici vista l’assenza di fonti documentali per tali periodi? E’ possibile farlo solo attraverso lo studio dell’interazione Uomo-Ambiente, ossia i corpi delle persone, le attività che hanno portato ad utilizzare gli elementi naturali per sopravvivenza e creatività (come nelle epoche più recenti) e la cultura materiale da essi prodotta.

L’Antropologia o Bioarcheologia è pertanto un utile strumento per ricostruire sia macroeventi storici, sia racconti personali o comunitari, e lo fa con le proprie fonti, ossia i resti ossei umani.

Mi parli della sua esperienza nella valorizzazione del patrimonio bioarcheologico nella provincia di Bari. Cosa manca ancora e quali sono stati fino ad oggi i punti di forza?

Al mio arrivo nell’autunno del 2018 la Soprintendenza ABAP di Bari e gli altri istituti MiBACT pugliesi non avevano mai avuto in organico un funzionario antropologo; tuttora sono l’unica della regione e a sud della Campania (era però già presente un gruppo di docenti universitari e di professionisti che si dedicavano allo studio di tali reperti).

Benché l’ambito di competenza e applicazione, come nella maggior parte delle regioni d’Italia, sia poco noto e molte volte vi sia grande confusione con quanti si occupano di antropologia culturale, il mio incontro con la Puglia è stato sorprendente, sia per le sue potenzialità intrinseche, sia per i professionisti che vi operano.

Dall’età preistorica è una terra affacciata sul Mediterraneo, dove la circolazione di genti e di merci ha lasciato consistenti testimonianze che gli archeologi, già da numerosi decenni, hanno iniziato ad indagare.

La mia fortuna è stata proprio la sensibilità dei mie colleghi archeologi da decenni attivi sul territorio, che negli anni hanno compreso le potenzialità informative dei resti umani, li hanno sempre tutelati e, laddove possibile, sottoposti ad analisi.

Per chi, come me, arriva dallo studio di contesti Lombardi e Liguri per lo più legati ad ambiti ecclesiastici, la Puglia mette a disposizione un ventaglio inesauribile di possibilità di ricerca che, in un primo momento, può quasi spaventare anche per le responsabilità che tutto ciò comporta.

Nel territorio di cui mi occupo, ossia Bari e i comuni della città metropolitana, si conservano alcune tra le più significative e antiche testimonianze antropologiche non solo d’Italia, ma anche d’Europa. Ad esempio, ad Altamura come Soprintendenza ci occupiamo della tutela del più completo e arcaico Homo Neanderthalensis d’Europa, datato a ben 150.000 anni fa, tuttora collocato nella Grotta di Lamalunga (in quanto parzialmente inglobato in essa a causa di processi carsici naturali). Questo rappresenta una testimonianza unica ed irripetibile della nostra evoluzione biologica che richiede particolare cura.

Ad esso si aggiungono più di un centinaio di aree necropolari e funerarie riferibili ad ambiti pre-protostorici, classico-ellenistici e medievali di interesse internazionale, non solo per quanto riguarda la ricerca antropologica, ma anche archeologica.

Lavorare con una così consistente e significativa mole di reperti necessita di tempo, forze e risorse economiche. Già solo pensare alla tutela di tali beni, partendo dalla definizione della loro esatta consistenza, collocazione, il loro grado di conservazione macroscopico e genetico, ecc., è un processo che richiede un lavoro programmatico che sto mettendo in atto dal mio arrivo. A questo sono poi da associare tutte le attività di conoscenza e salvaguardia, che non possono prescindere da puntuali catalogazioni, documentazioni fotografiche e metriche, analisi diagnostiche, interventi conservativi e, ad esempio, creazioni di database per gestire la quantità di dati.

Alla gestione dei reperti umani ho fin da subito associato diversificate forme di comunicazione per  accrescere la sensibilità del più vasto pubblico e per mostrare le potenzialità di tale tipologia di beni che, pur essendo reperti biologici, costituiscono una parte significativa del nostro patrimonio culturale. Tutto ciò è stato possibile grazie ad un “terreno particolarmente fertile,” ossia i diversi soprintendenti che si sono susseguiti in questi due anni (Luigi La Rocca, Francesco Canestrini e Maria Piccarreta) e le colleghe archeologhe; tutti loro, fin da subito, hanno compreso e supportato il mio lavoro.

Unitamente abbiamo cercato di far accrescere la sensibilità tra le varie tipologie di pubblico, dai professionisti (come con la Giornata di Studi del giugno 2019 Eticamente Sapiens. Dallo scavo alla valorizzazione dei resti umani, organizzato dalla nostra Soprintendenza insieme all’Università di Bari) alle famiglie (ad esempio con aperture straordinarie del Laboratorio di Antropologia Fisica). Indubbiamente, il lavoro è solo agli albori, molto c’è ancora da fare, ma stiamo iniziando ad avere buoni riscontri a livello territoriale e con le istituzioni non solo locali, ma anche nazionali e internazionali.

In Italia all’interno delle Soprintendenze sono ancora pochi i funzionari antropologi. Quale apporto una figura come la sua può dare in termini di salvaguardia e studio scientifico dei resti scheletrici antichi?

Attualmente in Italia su circa cinquanta Soprintendenze Archeologia, belle arti e paesaggio si contano solamente sei funzionari antropologi, e altri cinque risultano dislocati in altri istitui MiBACT. Siamo un numero esiguo, quasi tutti entrati negli ultimi tre anni, ma a mio avviso di estrema utilità se consideriamo le migliaia di sepolture già individuate o in corso di indagine sul territorio nazionale e di conseguenza il numero di individui riportati alla luce.

I beni di cui ci occupiamo rappresentano testimonianze uniche ed irripetibili della nostra storia, sia a livello biologico che culturale. Si è soliti pensare che quanti si occupano di antropologia dedicano la loro vita alla studio della morte; in realtà è l’esatto opposto, ci occupiamo della vita. Ogni corpo racconta una storia “personale” (come ad esempio la sua età alla morte, il sesso, eventuali patologie, stili di vita, ecc). Al contempo, se confrontato con gruppi popolazionistici più o meno consistenti, può svelarci la storia sociale del proprio tempo e del luogo in cui le varie persone sono vissute (come le relazioni tra i diversi soggetti, le divisioni sociali, i rapporti all’interno di una popolazione ma anche con altri gruppi umani, ecc.).

Il nostro lavoro, pertanto, è necessario per ricostruire le epoche passate, in quanto la storia non è solo frutto di eventi sociali documentati attraverso testimonianze documentali e materiali, ma è un’interazione anche naturale tra uomo-uomo e al contempo uomo-ambiente; ogni disciplina è come se costituisse una delle facce di un poliedro, solo attraverso una costante collaborazione possiamo realmente dire di aver ridefinito le caratteristiche e i fenomeni di un periodo storico.

Elemento ancora meno noto, sono le ricadute che lo studio antropologico può avere sul presente e sul futuro, come ad esempio contribuire a limitare la diffusione delle epidemie sulla scorta di studi effettuati sul passato che, oggi come non mai, si rivela di estrema attualità.

Pertanto mettere da parte questa porzione di patrimonio culturale, ossia i beni antropologici, che racchiudono le tracce di un tempo passato e che al contempo sono stati i soggetti che hanno contribuito con le loro interazioni a definire la nostra evoluzione e la nostra storia, sarebbe fortemente limitante.

Il nostro lavoro è notoriamente correlato con quello degli archeologi, ma ha le sue specificità e necessita di professionisti adeguatamente formati che non siano esclusivamente operatori da laboratorio, ma si dedichino ad una tutela che parta dallo scavo archeologico.

Occuparsi di resti umani in una Soprintendenza, dove la tutela è al primo posto, vuol dire preservare ogni minimo aspetto della vita degli individui che si rinvengono.

Nel mio ambito territoriale di lavoro, anche grazie alla collaborazione di tirocinanti e professionisti che operano quotidianamente sul campo, ho avviato molte sperimentazioni per incrementare la tutela dei resti umani. Si tratta di beni culturali particolarmente “sensibili,” corpi di invidui realmente vissuti che vanno trattati con una giusta etica e al contempo sono estremamente fragili a causa della loro natura e delle componenti chimico-fisiche dei terreni in cui sono stati seppelliti per millenni.

Pertanto uno dei miei obiettivi è quello di conservarli al meglio per le future generazioni (di fatto questa è la missione di chi si occupa di tutela). Per fare ciò stiamo mettendo in atto, ad esempio, sia nuove metodologie di conservazione e restauro che consentano di “rispettare” la natura del reperto attraverso l’adozione di particolari procedure di monitoraggio/trattamento e di prodotti non invasivi, sia documentazioni 3D a partire dalle fasi di scavo sino a quelle di studio in laboratorio. Queste ultime, in particolare, consentono di evitare ripetute manipolazioni dei resti e quindi di non incorrere in ulteriori degradi macroscopici e genetici.

Quanto è importante studiare le ossa in un laboratorio dedicato a questo tipo di analisi e non in un generico magazzino?

Il laboratorio è vita, sia per l’antropologo sia per i beni di cui si occupa. Non si può pensare di gestire tale patrimonio senza avere a disposizione uno spazio interamente dedicato e idoneo, non solo provvisto di particolari attrezzature, ma dotato di protocolli di accesso e gestione dei reperti, periodiche igienizzazioni e monitoraggi ambientali.

Il lavoro di un antropologo è molto simile a quello di un medico legale e al contempo a quello di un restauratore. Uno studio attento delle condizioni “di salute” dei reperti (quindi definire lo stato di degrado chimico-fisico, monitorare i parametri che lo contraddistingono così da stabilizzare l’ambiente in cui viene conservato, ecc.) è il primo passo per procedere con le diverse fasi di studio e conoscenza. Seguono poi quelle che potremmo definire le compilazioni delle “cartelle cliniche” dei nostri individui; ognuno di essi ha le proprie specificità che documentiamo attraverso l’utilizzo di osservazioni macroscopiche e morfologiche, strumentazioni metriche, fotografiche, microscopiche, RX, TAC, ecc.

Al contempo, gli spazi da adibire a magazzino dovrebbero essere a loro volta studiati ad hoc, in quanto la conservazione di tali reperti è estremamente delicata e necessita di parametri ambientali costantemente monitorati per evitare non solo una loro eventuale disgregazione macroscopica, ma anche genetica. Deteriorarli significa sottrarre un enorme quantitativo di dati alle generazioni future che, mi auspico, abbiano anche nuove tecnologie per effettuare ricerche più veloci ed economicamente sostenibili.

Il più grande lavoro da fare, a mio parere, è trovare proprio tali risorse necessarie per gestire al meglio questi beni così poco noti e molto spesso considerati di minor importanza.

A livello delle leggi attualmente vigenti, cosa potrebbe essere fatto per aumentare l’efficacia della tutela e della valorizzazione di questo importantissimo archivio biologico?

Il Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio del 2004, unitamente al Regolamento di Polizia Mortuaria 285/90, sono le normative su cui basiamo la tutela di tale patrimonio. A questi si aggiunge il Codice Etico dell’International Council of Museums (che inserisce tali beni tra i materiali culturalmente “sensibili”) e che costituisce un’autoregolamentazione professionale in materia di esposizione museale a livello internazionale.

Indubbiamente molto c’è ancora da fare, in quanto i beni antropologici vengono il più delle volte percepiti come subordinati all’Archeologia e fatti rientrare tra i reperti di tale ambito, ma come ho mostrato in precedenza, hanno una propria specificità e diversa natura a cui dovrebbe essere associata una diversa attività di salvaguardia.

Inoltre, benchè l’art. 9 bis del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio preveda a livello giuridico che solo gli antropologi possano lavorare su resti umani di interesse culturale, vi è la necessità di un effettivo riconoscimento della professione. Ciò a causa della limitatezza di informazioni circa tali beni e tale settore disciplinare e, al contempo, visto l’esiguo numero di professionisti sul campo. Purtroppo è un gatto che si morde la coda, finchè non ci saranno prospettive lavorative le università non riusciranno ad accrescere il numero degli iscritti e molti confluiranno nel settore archeologico.

Oltretutto è un campo di tutela e valorizzazione estremamente delicato, in quanto non possiamo trascurare l’elemento etico sia nelle fasi di scavo, che di conservazione e esposizione museale.

In Italia solo di recente si stanno avendo recriminazioni da parte di comunità religiose o laiche e richieste di repatriation di resti umani portati nel nostro territorio durante il periodo coloniale o nel corso di missioni archeologiche estere. Ma ben presto ci troveremo costretti a confrontarci quotidianamente con le diverse comunità, a dover trovare equilibri tra queste ultime e il mondo degli antropologi e, molto probabilmente, sarà necessario rivedere a livello giuridico la tutela e gestione di tale patrimonio culturale e biologico.

Giornalista scientifica, corrispondente di Discovery News, Reuters Health e The Scientist. I suoi articoli sono stati pubblicati sulle più prestigiose testate internazionali, dal Times a Der Spiegel, da El Pais a De Telegraaf. Fa parte del Leonardo Da Vinci DNA Project, coordinato dalla Rockefeller University.