paleopatologia archeozoologica
La paleopatologia archeozoologica aiuta a comprendere le condizioni degli animali nel passato: erano mal tenuti oppure erano ben alimentati e curati?

I reperti archeozoologici costituiscono un’importante fonte di informazioni per la ricostruzione delle attività umane del passato. Lo studio archeozoologico, integrato alle analisi medico-veterinarie, consente l’identificazione e la corretta descrizione delle variazioni patologiche. Contribuisce inoltre ad identificare l’impiego delle specie domestiche ed il rapporto uomo-animale da numerosi punti di vista.

Il termine “paleopatologia” nel contesto di un insieme faunistico venne impiegato per la prima volta nel 1893, in relazione ad un insieme di reperti di avifauna preistorica associata ad industria litica. Gli studi paleopatologici in ambito antropologico si sono sviluppati nelle ultime tre decadi; sfortunatamente, in campo archeozoologico non si è ancora riscontrato il medesimo interesse, in particolar modo in Italia.

Le lesioni delle ossa, salvo che non si tratti di fratture, richiedono molto tempo per svilupparsi e per essere evidenti; conseguentemente gli individui che presentano tali lesioni devono necessariamente aver vissuto per molto tempo in particolari condizioni.

I sintomi di queste patologie potrebbero essere stati evidenti, ad esempio arrecando zoppie o problemi nel movimento, oppure essere rimasti silenti per emergere soltanto dopo la morte dell’animale. Comprendere dove e come le patologie affliggevano le specie indagate in ambito archeologico è molto importante per delineare più profondamente il rapporto dell’uomo con le sue faune: le specie animali erano detenute in cattive condizioni, affamate e maltrattate oppure erano ben alimentate, curate e tenute in considerazione?

La paleopatologia animale tratta le alterazioni scheletriche che risultano da processi patologici, eventi traumatici, disfunzioni nutrizionali, problematiche metaboliche, problemi di sviluppo e modo di vita. Questa particolare branca dell’archeozoologia richiede un’approfondita conoscenza dell’anatomia normale per poter comprendere quando il reperto che ci troviamo di fronte risulta, invece, effettivamente patologico. Per effettuare questo particolare tipo di studio, oltre al canonico studio archeozoologico, l’archeozoologo necessita di avvalersi di competenze proprie della medicina veterinaria e dei suoi metodi di indagine, come le analisi istologiche e radiologiche.

Paleopatologia e domesticazione del cavallo: il caso di alcuni cavalli dell’Età del Bronzo dai Monti Altaj (Siberia)

Questo studio, finalizzato a valutare le differenze che intercorrono tra cavalli impiegati nella trazione di pesi e cavalli da corsa, vede l’applicazione del metodo di indagine archeozoologico associato a quello medico-veterinario. Le osservazioni sono incentrate prevalentemente sullo scheletro post-craniale, che consente con esattezza la comparazione degli effetti della corsa e della trazione sui reperti. Di fondamentale importanza, il confronto dei reperti archeozoologici con quelli relativi a campioni moderni di cui si conosce l’effettivo impiego.

In molti casi è molto complicato risalire all’uso del cavallo in antico, dal momento che non sempre in alcuni siti l’equipaggiamento legato alla cavalcatura, in cuoio o in lana, viene conservato dai processi diagenetici. Da qui il problema di comprendere se questi animali venissero cavalcati con o senza la sella e se durante le prime fasi della domesticazione fosse possibile per l’uomo cavalcare a pelo. Questo ultimo quesito è particolarmente dibattuto.

La domesticazione è definita come il processo per il quale l’uomo inizia a controllare la riproduzione di piante ed animali e durante il quale compaiono delle modificazioni fisiche che sono da attribuire alla selezione artificiale e non più a quella naturale. Tuttavia, l’effettivo isolamento riproduttivo dei cavalli nelle prime fasi della domesticazione è particolarmente dubbio, dato che le variazioni relative alla taglia e alla morfologia delle ossa sono incerte.

Similmente i kill-off patterns sono ambigui. In un sito eneolitico ucraino presso Dereivka, l’assenza di animali anziani e l’alta presenza di soggetti di sesso maschile ha condotto ad ipotizzare che si trattasse di un gruppo domestico. Tuttavia, la curva di mortalità di popolazioni impiegate primariamente per la trazione e per la corsa è essenzialmente identica a quella di popolazioni che muoiono per cause naturali: entrambi i gruppi sono caratterizzati da un alto tasso di mortalità per gli individui infantili e per gli anziani.

Un altro problema relativo all’analisi di struttura della popolazione è la non applicabilità a campioni esigui, anche se questo dato invece potrebbe fornire un’utile informazione relativamente alle prime fasi della domesticazione. Se questa avesse avuto inizio domando in un primo tempo i cavalli selvatici, prima inizialmente come animali da “affezione”, in un secondo momento come animali da lavoro, allora sarebbe stato possibile il coinvolgimento di solo un piccolo numero di individui. L’altra ipotesi è che siano stati prelevati ed ammansiti quei puledri rimasti orfani durante le battute di caccia.

In questo contesto, e ai fini di questo studio, è fondamentale distinguere tra quelli che sono i cavalli effettivamente domesticati e quelli invece che sono stati cacciati. Convenzionalmente le steppe dell’Eurasia Centrale sono state individuate come centro originario per la domesticazione del cavallo nel V millennio a.C., momento in cui il cavallo comincia a ricomparire in grandi quantità nei rinvenimenti archeologici, in confronto alle esigue quantità rinvenute per i siti Mesolitici e Neolitici (si tenga conto che durante il Paleolitico, fino a circa 12.000 anni fa, la carne di cavallo era parte essenziale della dieta dell’uomo).

Abbiamo trattato la problematica della domesticazione del cavallo poiché il problema dell’origine del rapporto con l’uomo riveste da un punto di vista paleopatologico un punto saliente: il cavallo non si è evoluto in natura per trasportare sulla propria groppa l’uomo oppure per trainare carri e sollevare pesi.

Isolate ed empiriche osservazioni suggeriscono che la tipologia e la frequenza di anomalie presenti sulle ossa di cavallo siano differenti a seconda che ci si trovi di fronte ad un cavallo selvaggio oppure ad uno domesticato. Gli stress connessi alla corsa o alla trazione differiscono da quelli relativi alle attività naturali di questa specie. Dal momento che lo stress fisico associato alla trazione è differente da quello associato alla corsa, sarebbe ipotizzabile che le due attività siano distinguibili in base a markers particolari e diversi tra di loro.

In questo caso vengono prese in esame nello specifico quattro parti dello scheletro, in quanto particolarmente soggette a lesioni e traumi durante le varie attività: l’arto posteriore, il bacino, la spalla e la colonna vertebrale. Ad esempio, è abbastanza evidente che le patologie della spalla e del bacino siano da attribuire ad una attività di trazione, mentre quelle riferibili alle vertebre toraciche e lombari siano associate principalmente con la corsa. Le patologie legate alla parte terminale dell’arto posteriore sono invece più complicate da spiegare: è stato riscontrato un alto tasso di patologie sia nei cavalli deputati a cavalcatura che in quelli da trazione in particolar modo in relazione ai terreni dove questi animali dovevano muoversi.

Per quanto riguarda le patologie delle vertebre cervicali è stato ipotizzato che siano strettamente legate alla pratica di chiudere i cavalli in recinti: nel caso di cavalli allo stato brado la posizione della testa è quasi sempre rivolta verso il basso, per consentire all’animale di brucare l’erba da terra. In una condizione di costrizione in recinto, con scarsa possibilità di movimento, l’animale è obbligato a tenere la testa sollevata.

La particolarità di questo studio è quella di aver avuto la possibilità di indagare ed analizzare numerosi materiali recenti, nonché di avvalersi della collaborazione di medici veterinari esperti di cavalli. Il campione di confronto era costituito da un gruppo di cavalli di cui si conosceva la storia in vita e che erano sempre stati cavalcati, la collezione di scheletri di Pony (pony domestici confrontati con pony vissuti alla stato brado e mai cavalcati) e materiali provenienti da depositi archeologici noti per il loro rapporto profondo con il cavallo ( in tutta l’Eurasia dall’età del bronzo per arrivare al  medioevo i cavalli venivano sepolti o accanto al loro proprietario o vicino ai suoi oggetti).

In alcune aree, in particolare sulle Altai Mountains in Siberia, la conservazione è così buona grazie alla presenza del permafrost, che non solo le ossa, ma anche il cuoio e i manufatti in materiale deperibile, legati alla cavalcatura ed alla trazione, si sono conservati. In questo studio vengono presi in esame le anomalie scheletriche di scheletri di cavallo sepolti risalenti all’Età del ferro provenienti dai Monti Altaj. Il contesto archeologico associato a queste sepolture suggerisce che questi cavalli fossero impiegati come cavalcature, ma confrontando le anomalie presenti su questi reperti con le patologie note di cavalli moderni, è possibile ipotizzare che in realtà questo particolare tipo di sepoltura fosse fortemente connesso non tanto all’attività dell’animale quanto all’uso funebre, ad ogni modo collegato alle pratiche di una società a forte impronta equestre.

L’esame di sei scheletri di cavalli sciti, due da Bashadar (Altai), tre da Ak-Alakha 5 (Kurgan 3 Altaj) ed uno da Lisovichi (Ucraina) ha rivelato la presenza di patologie; alcune vertebre caudali di ognuno di questi soggetti riportava patologie, mentre le anomalie degli altri componenti scheletrici erano meno frequenti e più variabili nella tipologia. I quattro cavalli di Ak-Alakha e Lisovichi erano stati sepolti tutti con il morso, suggerendo quindi che si trattava di animali destinati alla cavalcatura. I soggetti presentavano tutti patologie a livello delle vertebre toraciche dalla 11 alla 18: presenza di osteofiti sulle superfici ventrale e laterale dei corpi vertebrali adiacenti allo spazio intervertebrale; erosione dei processi spinosi dorsali; fessure orizzontali sulle epifisi caudali ed esostosi peri-articolare con deposizione di nuova formazione ossea su e tra i processi articolari dei corpi vertebrali.

Le patologie ora descritte sono frequentemente rappresentate nella letteratura archeologica ed in quella veterinaria; per questo tipo di lesioni è stato ipotizzato che si tratti di una condizione frequente quando il cavallo viene costretto a saltare con una sella mal posizionata. L’altra ipotesi è che gli animali venissero cavalcati troppo a lungo e troppo duramente.

Alcune patologie individuate non sono da collegare esclusivamente al processo di domesticazione ma sono dei fenomeni che risultano frequenti con il naturale progredire dell’età e per ragioni congenite, anche se la cavalcatura eccessiva sicuramente ha contribuito alla loro formazione. Per valutare però se lo sviluppo di date lesioni sia da imputare agli effetti dell’età ed altri processi naturali oppure ad uno stress fisico eccessivo dato dalla cavalcatura è necessario raffrontare i reperti archeozoologici con quelli moderni. Dal confronto è emerso che si tratta di patologie indotte da un errato modo di cavalcare l’animale o da un uso sconsiderato, in particolare modo legato alle prime modalità di cavalcare i cavalli in questa prima fase del rapporto con l’uomo (forse a pelo?).

La medesima osservazione è stata fatta per i cavalli Sciti: la patologia deriva non tanto dal fatto che fossero cavalcati, ma dal modo in cui questo veniva fatto. Si ipotizza infatti che la tipologia di sella potesse danneggiare i processi dorsali delle vertebre, i corpi vertebrali, incrementando quindi anche la lordosi della spina. Molto probabilmente i cavalli rimanevano costretti in queste selle particolari e cavalcati per un tempo troppo prolungato tale da avere degli effetti così evidenti sui loro scheletri.

Per concludere, benché ancora non del tutto esplorato, il campo della paleopatologia animale può fornire un’infinità di informazioni sull’interazione animale ed aiutare l’archeologia a ricostruire il complesso puzzle delle civiltà.

Per approfondire:

Bartsiewicz L., Gal E., 2018, Care or negletct – Evidence of animal disease in archaeology – Proceedings of the 6th meeting of the Animal Palaeopathology Working Group of the International Council for Archaezoology (ICAZ), Budapest, Hungary, 2016, Oxbow books, Oxford (United Kingdom)

Levine M., Bailey G., Whitwell K., Jeffcott L., 2000, Paleopathology and horse domestication: the case of some Iron Age horses from the Altai Mountains, Siberia, in “Human Ecodynamics. Symposia of the Association for Environmental Archaelogy”, Oxbow Books, pp. 123-133.

Stevanovic O., Janeczek M.,Chroszcz A., Markovic N., 2015, Joint diseases in animal paleopathology: veterinary approach, Mac.Vet.Rev; 38 (1), pp. 5-12.

Archeozoologa (laureata e specializzata all’Università di Pisa) in forza al Museo delle Navi di Pisa e membro del FAPAB Research Center (Avola, Sicilia); già cultore della materia in Anatomia Veterinaria presso l’Università di Pisa.