Franco Basaglia
La nave del manicomio è affondata, altre navi, solo in apparenza meno minacciose, si stagliano all’orizzonte (Franco Basaglia).

Zavoli: Si rimprovera all’ospedale aperto di essere più una denuncia civile che una proposta psichiatrica …

Basaglia: Sono perfettamente d’accordo! Io non saprei assolutamente proporre nulla di psichiatrico in un manicomio tradizionale. In un ospedale dove i malati sono legati credo che nessuna terapia, di nessun genere, biologica o psicologica, possa dare giovamento a persone costrette in uno stato di sudditanza e di cattività da chi li deve curare. Non può esservi una possibilità di cura dove essa non conosce una libera comunicazione tra medico e malato.

(Sergio Zavoli, I giardini di Abele, 1969)

Nel 1969 il noto giornalista Sergio Zavoli incontrava Franco Basaglia e alcuni pazienti dell’ospedale psichiatrico di Gorizia, in cui si stava sperimentando la comunità terapeutica.

Si trattava di una parziale apertura dell’ospedale e di una maggiore democratizzazione della vita al suo interno, scandita da assemblee quotidiane, dall’abolizione della contenzione e delle divise.

Dieci anni dopo, il 13 maggio 1978, veniva approvata la Legge 180, nota impropriamente come Legge Basaglia.

Il suo ostensore Bruno Orsini, psichiatria e deputato democristiano, riusciva negli articoli della norma a trovare un compromesso tra mondo scientifico e mondo politico.

La 180 raccoglieva gli esiti della rivoluzione psichiatrica italiana, smantellando la struttura manicomiale sulla quale era stata costruita la moderna psichiatria.

La scienza psichiatrica

Nata in epoca illuministica, la scienza psichiatrica si legava indissolubilmente al manicomio, visto come luogo di isolamento e cura del malato.

L’obiettivo di umanizzazione e razionalizzazione della società, tipico dell’epoca, assumeva in ambito psichiatrico le forme di una terapia moralizzatrice, che aveva lo scopo di rieducare i pazienti. Alla funzione pedagogico-morale del manicomio si affiancava, tuttavia, una funzione di custodia e controllo sociale.

Nel Novecento, in particolare, la questione non era più quella di rieducare il folle, ma quella di rendere minore o nulla la sua pericolosità. Del resto il XXI secolo si apriva in Italia con la Legge Giolitti (1904), che definiva il folle “pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo” e prevedeva il ricovero coatto, con conseguente perdita dei diritti civili.

L’ambigua natura degli ospedali psichiatrici, costantemente in bilico tra cura e controllo, emerge dall’eterogeneità delle cause d’internamento, non necessariamente legate a patologie che oggi definiremmo psichiatriche.

Le cause di ricovero

Tra le cause di ricovero nell’Ospedale Psichiatrico di Colorno (PR) ricorrono, per esempio, forme di depressione (lipemania), malattie organiche in stadio avanzato (pellagra), dipendenze (alcoolismo), disturbi neurologici (epilessia), disabilità intellettive (deficienza, idiozia, frenastenia).

In una diagnosi risalente al 1838 si parla di “lipemania acuta” (depressione) dovuta al “patema per la morte della moglie e di un figlio,”  alla quale si somma un “abuso di liquori.”

In un’altra diagnosi dello stesso anno si parla di “mania acuta” per “affari mal riusciti.” Non mancano poi le diagnosi di “psicosi alcoolica,” tra le quali fa riflettere una del 1899, affiancata da una nota esplicativa che recita: “[il paziente] per ragioni di mestiere (fabbro – suonatore e cantastorie ambulante) ha sempre bevuto generosamente.”

Altrettanto numerose erano le diagnosi di “mania pellagrosa,” che colpivano in particolar modo la popolazione contadina nella seconda metà dell’Ottocento.

In sostanza, le cartelle cliniche raccontano una struttura le cui funzioni principali erano l’isolamento e il controllo di ciò che era considerato diverso, disturbante, scientificamente (ancora) incomprensibile. La cura era vista in termini di normalizzazione.

La rivoluzione psichiatrica italiana

Il fallimento dell’ospedale psichiatrico, segnato da un costante aumento della popolazione manicomiale, trovò sempre più accorate denunce nella seconda metà del Novecento. Lo sviluppo scientifico e i movimenti di democratizzazione della società degli anni ’60 e ’70 costituirono il terreno sul quale si sviluppò la rivoluzione psichiatrica italiana, portata avanti da Franco Basaglia.

Per il medico veneziano non era possibile fare qualcosa di psichiatrico nel manicomio tradizionale, poiché qui il malato, ridotto in uno stato di sudditanza e divenuto oggetto di violenza, perdeva la propria umanità.  Era escluso e stigmatizzato.

Di conseguenza, il suo comportamento non era più solo frutto della condizione patologica originaria, ma era il risultato di ciò che la società e l’istituzione avevano fatto di lui.

L’incontro con il malato e la sua malattia poteva avvenire allora solo al di fuori della cattività manicomiale. Il tema della libertà diventava centrale: nel momento in cui gli psicofarmaci avevano permesso al paziente di ripossedere sé stesso, non si poteva più eludere il problema di un ripensamento dell’approccio tradizionale alla malattia mentale.

Nella rivoluzione psichiatrica compiuta da Basaglia e nell’esperienza di Trieste occorre leggere una frase: “restituire la soggettività,” ovvero restituire al malato la dignità umana, fatta di tempi e spazi propri, di legami, più in generale di diritti.

In questo senso, la legge 180 riconosceva per la prima volta i diritti del malato e prevedeva i trattamenti sanitari obbligatori (TSO) non per motivi di controllo sociale, ma esclusivamente in difesa della persona.

In questo processo di restituzione della libertà, un ruolo fondamentale veniva svolto dalla società civile, che doveva ascoltare e farsi carico dei bisogni dei pazienti e soprattutto accettare la propria pluralità ed eterogeneità.

Consapevole del fatto che una norma non fosse sufficiente per compiere una rivoluzione mentale e culturale, Basaglia avvertiva: “La nave del manicomio è affondata, altre navi, solo in apparenza meno minacciose, si stagliano all’orizzonte.”

In queste poche parole è condensato gran parte dell’insegnamento del medico veneziano, che continua a interrogarci sulle forme esistenti di stigmatizzazione ed esclusione sociale.

Quali e quante navi dobbiamo ancora affondare prima di poter parlare di società inclusiva?

Fonti:

Babini Valeria, Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del Novecento, Il Mulino, Bologna, 2009.

De Peri Francesco, Il medico e il folle: istituzione psichiatrica, sapere scientifico e pensiero medico fra Otto e Novecento, in Della Peruta F. (a cura di), Storia d’Italia, Annali 7, Malattia e medicina, Torino, Einaudi, 1984.

Rovatti Pier Aldo, Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia, Alpha & Beta, Merano, 2013.

Paola Panciroli è laureata in scienze filosofiche all’Università di Bologna, è attualmente docente di scuola secondaria. Ha collaborato con la cattedra di bioetica dell’Università di Modena e Reggio Emilia. All’impegno didattico nelle scuole affianca quello divulgativo e di ricerca, in ambito storico-medico e storico-filosofico.