Il mercurio nella storia
L'intossicazione da mercurio ha una storia lunga e ben documentata, dovuta all'errata convinzione che il metallo avesse proprietà benefiche e terapeutiche.

Il mercurio, fin da tempi remoti, ha suscitato interesse e curiosità, forse per il suo insolito aspetto. Il suo colore ricorda quello dell’argento ed è il solo metallo che si presenta liquido a temperatura ambiente.

Proprio per quest’ultimo motivo, gli antichi Greci lo chiamavano ὑδράργυρος, composto dalle parole ὕδωρ (“acqua”) e ‎ἄργυρος (“argento”), vocabolo poi mutuato dalla letteratura scientifica di lingua latina (hydrargyrum), che lo avrebbe infine abbreviato in Hg, il simbolo indicante l’elemento chimico con numero atomico 80 sulla tavola periodica.

I Romani, invece, lo chiamavano mercurius, da cui il nostro “mercurio”, perché ponevano in relazione gli elementi chimici con le divinità del Pantheon pagano e legavano questo metallo al dio Mercurio, messaggero degli dèi e protettore dei commercianti.

Stranamente, per secoli e secoli, si ritenne che il mercurio ed i suoi composti avessero proprietà benefiche: fu usato come farmaco e cosmetico. Non ci stupirà, quindi, scoprire che fino a tempi relativamente recenti, l’intossicazione da mercurio, ossia l’idrargirismo, era di frequente riscontro.

Uno dei casi più significativi si verificò quando, nel XV secolo la sifilide si propagò in Europa (anche se alcuni studiosi contestano l’origine della malattia dal Nuovo Mondo), portata dai reduci delle spedizioni in Sudamerica.

Fino a quel momento il Treponema pallidum non era mai comparso nel vecchio continente. Essendo la popolazione ignara dei rischi connessi alle malattie sessualmente trasmissibili, l’epidemia si propagò rapidamente.

Nella ricerca di una terapia efficace si fece ricorso al mercurio, che veniva somministrato per via orale, ma anche sotto forma di unguento, che doveva essere lungamente frizionato sulla cute del paziente.

Per ovvi motivi chi praticava questi massaggi non indossava guanti e, senza rendersene conto, assorbiva il mercurio attraverso la cute, cioè per via transdermica. Alla fine, così facendo, si intossicavano sia i malati che i curanti!

Un esempio paleopatologico italiano molto interessante è quella Maria d’Aragona (1503-1568), deceduta nel 1568, la cui mummia mostrava una fasciatura sul braccio.

Rimosse le bende, che erano intercalate con foglie di edera, si evidenziò una lesione cutanea che ricordava molto da vicino quelle provocate dalla sifilide, poi dimostrata in laboratorio essere, per l’appunto, una lesione tipica della fase terziaria della sifilide.

In quello studio, fu inoltre possibile dimostrare grazie all’impiego della tecnica della immunofluorescenza la presenza del Treponema pallidum, come pure fu messo in evidenza a livello dentale una serie di abrasioni, il probabile esito di un tentativo da parte della nobildonna di eliminare l’antiestetico colore bruno-nerastro cagionato dal mercurio strofinando i denti con uno strumento simile ad un bastoncino.

In mancanza di migliori rimedi, il mercurio venne usato come cura per la sifilide sino agli inizi del XX secolo, quando entrò nella farmacopea il Salvarsan, più efficace e gravato di minori effetti collaterali.

Nel Rinascimento, però, l’idrargirismo era provocato anche dall’uso di belletti per le labbra e le guance a base di cinabro. Questa sostanza aveva un bel colore rosso vivo, ma era in realtà un minerale contenente elevate percentuali di mercurio. Applicato alle labbra veniva inconsapevolmente deglutito e, spalmato sulla pelle, finiva per essere assorbito in buona parte.

Anche i pittori, che impiegavano colori a base di cinabro, erano esposti a questo rischio, soprattutto perché alcuni di loro avevano la pessima abitudine di passare il pennello tra le labbra per appuntirlo.

Nell’Ottocento emerge una nuova causa di idrargirismo. In quel periodo diventano di gran moda i cappelli di feltro, per ottenere il quale si impiegava il pelo del coniglio.

Inizialmente il pelo veniva separato dalla pelle con metodi meccanici, che richiedevano tempo e fatica. Venne, quindi, accettato con favore il metodo detto del “carotaggio”, più semplice e rapido. Consisteva nell’immergere le pelli in una soluzione color arancione, a base di mercurio, che staccava in fretta il pelo e lo agglomerava, facilitando la formazione del feltro.

Disgraziatamente i cappellai erano costretti a immergere mani e braccia in questa soluzione, che veniva assorbita e portava a gravi forme di idrargirismo.

Alla fine questi artigiani manifestavano squilibri mentali e morivano in seguito a danno renale. Da questo fenomeno nacque il detto inglese “matto come un cappellaio” (mad as a hatter) e, verosimilmente, il personaggio del Cappellaio Matto (The Mad Hatter) che compare nel libro “Alice nel paese delle meraviglie” di Lewis Carroll.

Un caso più recente di idrargirismo si è verificato nella seconda metà del ‘900 in Giappone, nella zona circostante la baia di Minamata. Per decenni si riscontrarono numerosi casi di atassia, cecità, sordità, disturbi psichici gravi che si concludevano con il decesso. Inoltre, nacquero molti bambini gravemente malformati.

Solo dopo lungo tempo ci si rese conto che la causa era un avvelenamento cronico da mercurio. Un’industria del luogo riversava in mare acque reflue contenenti elevate quantità di mercurio. I pesci piccoli accumulavano il metallo nei loro tessuti e, quando pesci più grossi se ne cibavano, la concentrazione del metallo saliva sempre più. Malauguratamente gli abitanti della zona si cibavano principalmente di pesce e, senza rendersene conto, si intossicavano.

Il governo giapponese e l’azienda responsabile del danno cercarono di eludere le richieste delle vittime e, solo dopo lunghe vertenze, venne concesso un indennizzo.

In buona sostanza, il mercurio ha una lunghissima storia e la sua interazione con la salute umana, in termini di intossicazione, è lunga e ben documentata. Non occorre affatto che al giorno d’oggi vengano proposte teorie pseudoscientifiche che vogliono i vaccini contaminati dai metalli pesanti (tra cui il mercurio) per sottolineare, in modo sconclusionato e fallace, la pericolosità di un elemento già ampiamente nota alla medicina.

Bibliografia scientifica per approfondire:

Gelpi A, Tucker JD. After Venus, mercury: syphilis treatment in the UK before Salvarsan. Sexually Transmitted Infections 2015;91(1):68.

Giuffra V, Marinozzi S, Vultaggio C, Fornaciari G. A Medical Bandage in an Italian Renaissance Mummy (Naples, XVI Century). Medicina nei Secoli. 2008;20(1):169-181.

O’Shea JG.  ‘Two minutes with venus, two years with mercury’–mercury as an antisyphilitic chemotherapeutic agent. Journal of the Royal Society of Medicine 1990; 83(6):392–395.

Zuckerman MK. More Harm than Healing? Investigating the Iatrogenic Effects of Mercury Treatment on Acquired Syphilis in Post-medieval London. Open Archaeology 2016; 2:42-55.

Annalisa Neviani è medico ospedaliero in pensione, da sempre appassionata di paleopatologia e di archeologia. Attualmente si occupa di divulgazione scientifica e del contrasto alle fake news biomediche, soprattutto quelle circolanti sui social media.