Paolo Mazzarello
Rileggere la storia può aiutare a comprendere meglio l'attuale pandemia di COVID-19. Ne parliamo con Paolo Mazzarello, ordinario di Storia della medicina all’Università di Pavia.

Epidemie e pandemie non sono esperienze nuove per l’umanità. Difficilmente prevedibili e controllabili, questi eventi hanno da sempre afflitto e plasmato la struttura sociale e demografica di intere popolazioni.

L’attuale pandemia di COVID-19 ha dimostrato, oggi come ieri, la grande vulnerabilità dell’uomo di fronte alle grandi minacce epidemiche.

“Un fenomeno pandemico è un grande esperimento naturale che mette gli esseri umani di fronte alla forza sconvolgente della natura,” spiega Paolo Mazzarello, ordinario di Storia della medicina all’Università di Pavia, intervistato da Med.Stories.

Autore di numerosi libri, tra i quali “Il professore e la cantante. La grande storia d’amore di Alessandro Volta” (Bompiani 2020) e “L’erba della regina” (Bollati Boringhieri) sull’epidemia di encefalite letargica e la sua cura con la belladonna, il professor Mazzarello ha accettato di rispondere alle nostre domande sulla storia delle grandi epidemie.

Lei è uno storico della medicina e anche un medico: qual è l’aspetto che la preoccupa di più di questa pandemia?

Ci sono diversi aspetti da considerare. Intanto la convinzione che le grandi minacce epidemiche fossero un retaggio del passato, ma che ormai l’umanità fosse fuori da catastrofi sanitarie globali. Un’idea che si è affermata negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, come ha anche testimoniato nel 2001 il noto infettivologo Anthony Fauci (Inf. Dis. Vol. 32, pp. 675-685; 2001).

In pratica c’era la sensazione che fosse ormai tempo di chiudere il libro delle malattie infettive e di dichiarare la vittoria della medicina contro queste patologie. Era l’epoca dei grandi successi ottenuti con gli antibiotici introdotti nella pratica clinica pochi decenni prima, che avevano permesso di guarire tubercolosi, sifilide e molte altre malattie infettive.

Inoltre era il momento d’oro dei vaccini con la messa a punto di quello contro la poliomielite. Per la prima volta una campagna dell’OMS, iniziata nel 1967, aveva cancellato dalla faccia della terra il vaiolo, una malattia infettiva che aveva accompagnato e segnato la storia umana (risultato sancito da una dichiarazione ufficiale nel 1980). È vero che erano comparse nuove minacce, come l’epidemia influenzale “asiatica” nel 1958 e quella di “Hong Kong” dieci anni dopo, che pure avevano provocato milioni di morti, ma poi si erano spente.

Il 1981 fu, in un certo senso, un anno spartiacque da questo punto di vista. Una malattia infettiva aveva nuovamente posto all’ordine del giorno una minaccia globale, anche se ristretta ad alcune categorie a rischio: l’AIDS. Un evento pandemico in grado di generare un’inquietudine generale anche se i progressi terapeutici hanno poi, impropriamente, attenuato la sensazione di pericolo. Un atteggiamento errato perché la malattia costituisce tuttora una grande minaccia.

Ora ci ha pensato il Sars-CoV2 a mettere drammaticamente all’ordine del giorno l’inesauribile capacità che serba la natura di produrre pericoli sanitari globali. Non è che non si sapesse, bastava leggere i dati dei virologi e degli epidemiologi per paventare questa minaccia ben prima dell’esplosione della pandemia. Ma era l’atteggiamento falsamente sicuro e promissorio generale che ingannava. L’idea che le scoperte della medicina marciavano ormai verso uno stato di sicurezza globale.

C’erano state, anche negli ultimi anni, situazioni inquietanti, come l’esplodere della Sars, della Mers, di Ebola, di Zika. Ma si trattava, in generale, di patologie emerse ai margini delle società avanzate, rimaste abbastanza confinate e non percepite come pericoli incombenti su scala più ampia. Invece questo virus è giunto al cuore di tutti i paesi costringendoli a mutare in profondità gli elementi più basilari del vivere sociale.

Una situazione inimmaginabile ma che è conseguenza della globalizzazione rapida, della grande facilità di movimenti delle persone. Se le comunicazioni fossero state analoghe ai tempi dell’asiatica, è possibile ipotizzare per quella malattia, con tutti i limiti della storia fatta con i “se,” effetti sanitari ben peggiori di quelli che sono derivati dall’epidemia di Covid-19.

Molti sono i timori che questa epidemia solleva. Innanzitutto, bisognerà capire se si creerà una situazione di ricorrenza periodica. Essendo un virus a RNA con un tasso di mutazione elevato è possibile che si presenti rinnovato ogni anno chiedendo il suo pegno di vite umane.

In questo caso diventerebbe indispensabile un vaccino da rinnovare periodicamente, anche nei confronti dei nuovi ceppi, un po’ come si fa con l’influenza. C’è da sperare che la copertura preventiva possa essere, in questo caso, adeguata.

Se questo virus rimarrà in qualche modo presente sulla scena umana, cambierà in profondità i rapporti interpersonali, ogni sconosciuto potrebbe essere considerato come una potenziale minaccia. Facile capire quanto un fatto di questo genere potrebbe scardinare alla base alcune conquiste fondamentali di ogni società aperta e che ognuno di noi considera irrinunciabili.

Infine, è chiaro che le preoccupazioni generate da questa pandemia hanno rimesso all’ordine del giorno i problemi generali degli agenti infettivi in una società iperconnessa e globalizzata. La rapidità degli spostamenti ha messo a disposizione degli agenti infettivi delle “autostrade” planetarie su cui viaggiare creando un “effetto fondatore” in ogni paese del mondo.

Sono aspetti che dovranno diventare temi centrali non solo delle ricerche biotecnologiche e biologico-molecolari di base, ma della ricerca applicata alla società nei suoi vari aspetti.

Lei lavora a Pavia, in Lombardia, la regione più martoriata. Impossibile non pensare alla peste manzoniana. Quali parallelismi sono possibili tra la pandemia da coronavirus e la peste?

Sono due situazioni diverse, non direttamente comparabili, date le abissali differenze sociosanitarie fra le due epoche. Tuttavia, se pure è errato applicare delle categorie attuali nel giudizio sul passato, vi sono aspetti biologico-sociali con caratteristiche superficialmente simili.

Ad esempio, il ritardo della consapevolezza che il pericolo si sta estendendo. Don Ferrante rifacendosi alla tradizione (sempre uno scudo che è facile elevare) conclude che ci sono due generi di cose: sostanze e accidenti; “e se io provo che il contagio non può esser né l’uno ne l’altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera.” Inutile dire che sarà poi vittima proprio di questa chimera.

Nei Promessi sposi si racconta di come Lodovico Settala – già professore a Pavia – si renda conto del pericolo – anche per averlo vissuto in gioventù in una precedente epidemia – e avvisi le autorità. A Chiuso (fra il territorio di Lecco e il bergamasco), denuncia al Tribunale di Sanità, era “scoppiato indubitabilmente il contagio”, ma, scrive Manzoni, non venne “presa veruna risoluzione.”

L’infezione si diffonde e viene allora mandato un commissario con un medico di Como che interrogano un “vecchio et ignorante barbiero di Bellano” (allora i barbieri avevano anche funzioni sanitarie ed esercitavano la chirurgia minore) il quale risponde “che quella sorta de’ mali non era Peste.” E qui ricorre alle tradizionali teorie miasmatiche per spiegare i contagi: sono le emanazioni autunnali delle paludi e le condizioni di disagio generale provocato dal passaggio dei soldati “alemanni” (i lanzichenecchi che attraversavano il territorio milanese per raggiungere Mantova) ad aver causato i malanni.

Non si voleva guardare la realtà e si cercavano spiegazioni tradizionali più facili. Nessun paragone è possibile, dati i contesti del tutto diversi, ma anche nell’epidemia attuale ci sono state sottovalutazioni evidenti. Qualcuno aveva avvertito del pericolo, ma era certamente più comodo scotomizzarlo ed eluderlo.

Così, sia nel Seicento che ora, l’epidemia tocca la vita generale solo quando è ormai troppo tardi per bloccarla con l’isolamento e la quarantena. Forse la similitudine maggiore sta nel desiderio di non vedere la fosca realtà, che sembra un’invariante attitudinale umana, ben descritta anche da Albert Camus ne La peste.

Ma, a parte questi aspetti, quella del coronavirus è tutta un’altra storia. Gli agenti responsabili sono completamente diversi, nel caso della peste manzoniana si trattava di un batterio che si diffondeva dai ratti all’uomo attraverso le pulci, nel caso del coronavirus per trasmissione interumana prevalentemente attraverso le “goccioline di Flügge” emesse dal cavo orale e nasale.

L’igiene dei nostri giorni non è certo quella del passato. Quale peso ebbe la rivoluzione di Semmelweis, che comunque fu deriso e osteggiato?

Purtroppo le osservazioni di Semmelweis non ebbero il peso che avrebbero meritato, sia per la forza dei pregiudizi “miasmatici” di una parte potente dell’ambiente sanitario in cui operò che interpretava fatalisticamente i contagi, sia per la sua incapacità di comunicare adeguatamente la scoperta da lui realizzata.

L’importanza della sua proposta di “lavarsi le mani” con sostanze ad azione antisettica, verrà compresa successivamente soltanto con il pieno sviluppo della teoria microbiologica delle malattie infettive legata ai nomi di Robert Koch e Louis Pasteur. Un insegnamento, comunque, pienamente valido anche oggi.

Questa pandemia ha dimostrato la grande vulnerabilità dell’uomo di fronte a un fenomeno del genere. A livello antropologico come si spiegano queste debolezze e paure, ravvisa elementi comuni con il passato?

Un fenomeno pandemico è un grande esperimento naturale che mette gli esseri umani di fronte alla forza sconvolgente della natura. Si tratta di una consapevolezza che si accende nel nostro cervello in condizioni di pericolo, e che trova la sua spiegazione nei meccanismi evolutivi darwiniani dai quali prendiamo origine.

Se l’uomo non innescasse delle reazioni di paura-evitamento sarebbe già scomparso dalla faccia della terra. Direi dunque che, indipendentemente dalle situazioni storiche occasionali, diverse di volta in volta, le reazioni a livello biologico mantengono aspetti costanti.

Si parla molto della necessità di un vaccino efficace. In Italia Sacco fu uno dei padri della rivoluzione vaccinale. Come riuscì a portare ad una simile innovazione e cosa potremmo recuperare di quello spirito iniziale?

Luigi Sacco, medico laureato a Pavia nel 1792 come allievo del Collegio Ghislieri, era attento a quello che capitava in Europa. Colpito dagli studi di Edward Jenner, che aveva introdotto la pratica di vaccinazione in Inghilterra prelevando materiale pustoloso dalle mammelle delle vacche, Sacco si mise a cercare il vaiolo vaccinico anche nelle mucche lombarde.

L’occasione gli arrise nel settembre 1800 nei pressi di Varese, quando scoprì del bestiame proveniente dalla Svizzera che aveva le pustole “sparse sulle poppe” già descritte da Jenner. Si trattava di vaiolo vaccinico e dunque, iniettato all’uomo, doveva essere protettivo nei confronti del vaiolo umano.

Convinto della validità della pratica, Sacco si impegnò alacremente per diffondere il metodo nei territori della Lombardia. Vi furono tuttavia opposizioni dure all’inoculazione e si sostenne che l’utilizzo di una sostanza proveniente da animali potesse comunicare all’uomo qualcosa di guasto, o addirittura di animalesco (i NoVax c’erano già allora!).

Sacco impiegò allora ogni stratagemma per promuovere la procedura e, per renderla autorevole, giunse persino a diffondere a mezzo stampa un singolare libello da lui scritto sotto pseudonimo. Si trattava di una Omelia sopra il Vangelo della XIII domenica dopo la Pentecoste in cui si parla dell’utile scoperta dell’innesto del vajuolo vaccino. Recitata dal vescovo di Goldstat. Anche arruolare un falso vescovo di una falsa “città dell’oro” e immaginarlo predicare al popolo il nuovo verbo suadente della vaccinazione poteva servire a diffondere la procedura.

Spregiudicato e determinato, il medico lombardo ottenne un incredibile successo sanitario e diventò direttore del programma di vaccinazione della Repubblica Cisalpina. Quando nel 1809 pubblicò il suo Trattato di vaccinazione, poteva orgogliosamente affermare di aver inoculato 500.000 individui, su un totale di circa 1.500.000 soggetti vaccinati in meno di dieci anni.

Dai lavori di Jenner e Sacco possiamo trarre speranza per nuovi vaccini in grado di prevenire nuove forme infettive che, purtroppo, sono sempre incombenti negli esseri viventi.

Giornalista scientifica, corrispondente di Discovery News, Reuters Health e The Scientist. I suoi articoli sono stati pubblicati sulle più prestigiose testate internazionali, dal Times a Der Spiegel, da El Pais a De Telegraaf. Fa parte del Leonardo Da Vinci DNA Project, coordinato dalla Rockefeller University.