La lezione del colera
Isolamento sociale, rispetto delle norme igieniche, ricerca scientifica per l’individuazione di un vaccino. Tematiche attuali, ma già affrontate dall’Italia e da altri Paesi in occasione di precedenti pandemie.

Nell’attuale situazione di emergenza, dovuta alla pandemia di COVID-19, è stata posta l’attenzione sull’importanza di alcune misure contenitive della malattia. Sono le stesse che furono adottate durante le pandemie del passato.

Un esempio lampante è quello del colera, una malattia trasmessa per via oro-fecale dal batterio Vibrio cholerae, che si diffuse dall’Asia all’Europa nel corso del XIX secolo, colpendo l’Italia per ben sei volte (1835-1837, 1849, 1854-1855, 1865-1867, 1893).

Di fronte all’emergenza sanitaria, causata dalla diffusione di una malattia del tutto sconosciuta, le due principali correnti di pensiero in ambito medico, epidemismo e contagionismo, focalizzarono la propria attenzione su misure contenitive e preventive di enorme importanza: l’igiene e l’isolamento sociale.

Gli epidemisti ponevano l’accento sul legame tra diffusione della malattia e cattive condizioni igieniche, proponendo interventi di risanamento delle città, dei quartieri, delle strade, delle case.

I contagionisti, invece, ritenevano che la diffusione della malattia avvenisse per contatto diretto o indiretto tra persone, e che, di conseguenza, le misure per contenerla dovessero consistere nell’istituzione di lazzaretti, cordoni sanitari, quarantene.

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In assenza di conoscenze circa le cause e i meccanismi di diffusione della malattia, le due correnti di pensiero sembravano escludersi a vicenda: o misure d’igiene o misure di contenimento degli spostamenti e dei commerci, tertium non datur.

Oggi sappiamo che entrambi gli interventi avevano una loro ragion d’essere. Ad ogni modo, nell’Italia dell’Ottocento, le deputazioni di sanità non si persero nei dibattiti medico-scientifici e adottarono tutte le misure possibili per contenere la diffusione della malattia.

Isolamento sociale, igiene e ricerca scientifica

Le misure di isolamento e controllo di spostamenti e commerci prevedevano dispiegamenti impressionanti di forze militari sul territorio, per garantire il rispetto delle norme. Per esempio, era necessario un cordone di 19.600 uomini per presidiare il confine tra il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio.

I presidi militari assumevano la forma di cordoni sanitari marittimi nel caso del Regno di Sardegna e del Regno delle Due Sicilie, che in questo modo regolavano l’accesso ai porti da parte di navi, merci e persone provenienti da Paesi infetti.

Gli ammalati non ricoverati in ospedale erano sottoposti ad isolamento e controllo nelle proprie case. Non mancavano, poi, misure di disinfezione con il “suffumigio”, un vapore a base di paglia umida e zolfo, o con le fumigazioni di cloro. A queste procedure veniva sottoposto qualsiasi materiale che fosse stato a contatto con persone infette.

Per quanto riguarda le misure igieniche, bisogna tener ben presente la situazione delle città italiane dell’epoca: sudicie, degradate, prive di adeguati sistemi idrici e fognari. Si trattava di realtà urbane in pessime condizioni, ideali alla diffusione della malattia, favorita tra l’altro dall’assenza di qualsiasi controllo sugli alimenti.

In questo senso, il magistrato di sanità dello Stato sabaudo ordinava nel 1835 “la più grande pulizia” nelle piazze, nelle strade e nei cortili, sgombrando questi luoghi “di tutti i letamai e immondizie e delle acque stagnanti e sudicie.”

Di nuovo, nel 1865 la congregazione di sanità dello Stato Pontificio emanava un’istruzione popolare nella quale si raccomandava di lavarsi spesso le mani, preferibilmente con aceto, e di astenersi dai cibi crudi.

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Altrettanto importante fu l’opera di ricerca scientifica condotta in tutto il mondo da medici e scienziati, che nel corso del tempo acquisirono maggiori conoscenze sul ruolo dei microorganismi nella trasmissione delle malattie.

In particolare, nel caso del colera, venne progressivamente riconosciuto il ruolo degli escrementi e dell’acqua contaminata nella diffusione del morbo.

La svolta decisiva avvenne grazie all’identificazione del batterio responsabile della malattia ad opera di Robert Koch (1884).

Fu quindi possibile la realizzazione del primo vaccino contro il colera da parte del medico spagnolo Jaime Ferran nel 1885, che isolò il batterio vivo da alcuni pazienti infetti. In seguito, Waldemar Haffkine (1892) e Wilehlm Kolle (1896) migliorarono il vaccino, riducendone gli effetti collaterali.

In conclusione, il colera ha avuto un enorme impatto tra il XIX e il XX secolo, non solo per la sua letalità, ma per l’importanza posta sulle tematiche sanitarie, dando un notevole slancio allo sviluppo dell’igiene e della medicina preventiva.

L’isolamento, le norme igieniche e la ricerca scientifica messi in campo per fronteggiare la pandemia di colera, rimangono strumenti indispensabili per superare l’attuale situazione di emergenza sanitaria.

Fonti:

Eugenia Tognotti, Il mostro asiatico. Storia del colera in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2000.

Paola Panciroli è laureata in scienze filosofiche all’Università di Bologna, è attualmente docente di scuola secondaria. Ha collaborato con la cattedra di bioetica dell’Università di Modena e Reggio Emilia. All’impegno didattico nelle scuole affianca quello divulgativo e di ricerca, in ambito storico-medico e storico-filosofico.