Parassiti nell'impero romano
Pulci, pidocchi, cimici e un’ampia varietà di parassiti intestinali affliggevano gli antichi Romani. Tutto questo nonostante la grande diffusione di terme, acquedotti, fognature e bagni pubblici.

Gli antichi Romani non furono immuni dalle parassitosi che affliggevano i loro antenati dell’Età del Ferro. Insieme a cultura, religione, innovazioni diffusero parassiti ed ectoparassiti in tutto l’Impero.

Tutto questo avvenne nonostante un buon controllo igienico-sanitario che comprendeva terme, latrine pubbliche e sistemi fognari efficienti.

Le evidenze archeologiche nelle regioni controllate da Roma dimostrano infatti che i Romani combattevano battaglie giornaliere contro molti parassiti.

I parassiti identificati provengono da Austria, Belgio, Britannia, Egitto, Francia, Germania, Israele, Paesi Bassi e Polonia. I siti italiani includono Roma, Parma e Pompei.

Una grande varietà di parassiti

Rinvenuti in 8 paesi, i tricocefali (Trichuris trichiura) sono i parassiti più diffusi in tutto l’impero romano.

Si tratta del cosiddetto “verme a frusta,” un parassita oro-fecale trasmesso grazie alla contaminazione del cibo con feci. La sua diffusione potrebbe dipendere dall’abitudine di non lavarsi le mani prima di preparare cibi, oppure dall’uso di fertilizzare il grano con feci umane.

Il secondo gruppo di parassiti più diffusi nei siti a base romana comprende un verme cilindrico, l’Ascaris lumbricoides. Come nel caso dei tricocefali, questo parassita nematode, rinvenuti in 6 paesi, si trasmette tramite la contaminazione del cibo con le feci. Potrebbero aver contribuito alla sua diffusione il maneggiare il cibo con le mani sporche e la contaminazione con feci umane.

Anche le tenie del pesce (Diphyllobotrium latum) sono state rinvenute in sei paesi: Austria, Britannia, Francia, Germania, Israele e Polonia.

Sono diffuse grazie al consumo di pesce di fiume e lago. Se il pesce viene cotto, il parassita muore. Anche oggi questo parassita è presente nelle aree dove il pesce è consumato crudo o affumicato.

In Egitto, Britannia, Israele e Germania è stata invece registrata la presenza di tenie di bovino e suino (Tenia spp.) e tenie di cane (Echinococcus sp.)

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Essendo quasi identiche, le uova di questi parassiti risultano difficilmente leggibili al microscopio; conseguentemente per questi reperti è necessaria l’analisi del DNA antico. La loro presenza evidenzia un consumo di carne cruda di bovini, suini e di altri grandi animali domestici.

Nei Paesi Bassi, in Austria, Israele, Francia e Britannia è stata rinvenuta un’altra infestazione tipica dei bovini, Dicrocoelium dendriticum o Lancet liver fluke.

Le uova di questo parassita possono finire nelle feci umane se viene mangiato il fegato crudo dei bovini. Si tratta però di un esempio di falso parassitismo. Il genere Dicrocoelium può tuttavia potenzialmente infestare l’uomo causando crampi addominali e diarrea.

Il metodo di indagine ELISA (Enzyme Linked Immuno Sorbent Assay) ha invece evidenziato la presenza di un’ameba, nello specifico l’Entamoeba histolytica, in campioni provenienti da latrine ed immondezzai in Belgio, Francia ed Italia.

Il parassita si trasmette bevendo acqua contaminata da feci umane, provocando diarrea e dissenteria emorragica con dolori addominali e febbre.

Cisti calcificate a livello toracico o addominale in alcune sepolture hanno evidenziato la presenza di un piccolissimo verme piatto, l’Echinococcus granulosus. Le cisti si sviluppano nei vari organi del corpo umano se le uova di questo parassita dei cani vengono inavvertitamente consumate.

Le uova di Fasciola hepatica, un verme piatto che infetta il fegato di diversi animali, sono state rinvenute solo in Egitto. Il parassita può essere contratto consumando verdure non lavate, cresciute in aree dove hanno pascolato pecore e bovini.

Identificata solo in una sepoltura in Francia, la capillariosi (Capillaria hepatica) è un parassita dei roditori selvatici. Spesso le uova rinvenute nelle feci costituiscono un caso di falso parassitismo. Anche in questo caso, la trasmissione del parassita avviene consumando organi interni crudi di animali.

Infine, il DNA antico di una mummia egizia ha rivelato la presenza di malaria (Plasmodium falciparum ) e toxoplasmosi (Toxoplasma gondii).

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La prima patologia si trasmette a seguito del morso di una particolare zanzara, determinando la morte di soggetti giovani. La seconda è generalmente contratta da coloro che hanno stretto contatto con i gatti: la presenza in Egitto di questo parassita è evidentemente legata alla grande presenza di questi animali nel paese.  

Pulci, pidocchi e cimici

Gli ectoparassiti – pidocchi della testa (Pediculum humanus capitis), pidocchi pubici (Pithirus pubis), pulci (Pulex irritans) e cimici (Cimex tectularius) – sono stati invece identificati in tutti i siti archeologici indagati e sono riferibili a tutti i periodi.

Gli ectoparassiti sono talvolta responsabili di gravi infezioni batteriche tra gli uomini (ad esempio Rikkettsia prowazekii, il tifo).

È abbastanza plausibile che alcune fasi epidemiche tra gli antichi Romani siano state causate da infezioni batteriche veicolate dagli ectoparassiti.

Si suppone che la Xenopsylla cheopis, o pulce del ratto orientale, sia stata il veicolo della diffusione della peste bubbonica (Yersinia pestis).

Yersinia pestis migra quando i ratti muoiono per l’infezione della peste: non avendo a disposizione il suo ospite primario, si trasferisce sull’uomo, diffondendo così la malattia.

Non è ancora chiaro quali ectoparassiti siano stati responsabili delle passate pandemie dato che la Peste Nera si diffuse anche in aree, come la Scandinavia, dove i ratti erano poco diffusi o addirittura assenti.

La prima pandemia di peste bubbonica conosciuta è quella del periodo di Giustinano: si verificò tra 541 e 543 a.D., con inizio nell’impero romano orientale e si diffuse in Europa e nelle regioni del Mediterraneo.

Questo quadro conferma il fatto che le norme igienico-sanitarie in uso presso i Romani non erano poi così rigorose.

Da un lato, con molta probabilità, non era uso lavare accuratamente i cibi prima di consumarli. Inoltre, il consumo di garum, una salsa prodotta con interiora di pesce di cui i Romani andavano pazzi, insieme a vari salsamentari a base di pesce fermentato, costituiva un valido metodo di diffusione per i parassiti del pesce.

Dall’altra parte, invece, terme e latrine altamente frequentate ed uno scarso ricambio delle acque consentivano il propagarsi di altre tipologie di parassiti, veicolati appunto da acque contaminate con materiale fecale.

Fonti:

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Archeozoologa (laureata e specializzata all’Università di Pisa) in forza al Museo delle Navi di Pisa e membro del FAPAB Research Center (Avola, Sicilia); già cultore della materia in Anatomia Veterinaria presso l’Università di Pisa.