Il cane nell'antichità
Nell’antichità il cane aveva un posto privilegiato a fianco di divinità ed eroi. Le patologie di questo animale venivano trattate con interventi curativi molto fantasiosi.

Asclepio per i Greci (Esculapio per i Latini) è il dio della medicina, nonostante compaia in questa forma solo nelle fonti più recenti. Nell’Iliade, ad esempio, non viene nominato come divinità, ma semplicemente come medico, i cui figli erano a loro volta medici presso l’esercito greco a Troia.

Il culto di questa divinità, in particolare in Grecia, vide il sorgere dei primi santuari-ospedali denominati Asclepiei, dove accorrevano i malati per ottenere la guarigione. Le popolazioni antiche, va ricordato, credevano che le malattie fossero il frutto di vere e proprie maledizioni divine e pertanto all’elemento terapeutico umano si affiancava quello magico.

Curiosamente, erano associati a questa divinità guaritrice animali quali il serpente e il cane.

Il primo ha una particolare valenza simbolica in numerose popolazioni dell’antichità per il suo significato di rigenerazione-risurrezione, riferito evidentemente alla capacità di questo animale di cambiare pelle: una sorta di sequenza malattia-guarigione.

Il secondo ha, invece, una storia davvero strabiliante che merita un approfondimento.

Il cane

Primo tra tutti gli animali domestici a divenire compagno dell’uomo, il cane assume un posto privilegiato a fianco di dei ed eroi, oltre che essere spesso partecipe del sacro.

L’aggressività del cane, apprezzata quando rivolta a nemici e prede, suscita però inquietudine. L’ambiguità del comportamento canino, amico da un lato e temibile guardia dall’altra, spiega, nella duplicità della sua figura, la sua vicinanza a divinità caratterizzanti una transizione, un passaggio (vita-morte, malattia-salute, ecc.)

La capacità attribuita al cane di vedere nella notte e di percepire, differentemente dall’uomo, la presenza della divinità, associata al suo ruolo di custode, ha portato molte culture indoeuropee a considerarlo guida del defunto nell’ora della morte e guardiano del passaggio dal mondo dei vivi a quello dei morti.

Unico compagno dell’uomo ad essere ammesso alla mensa e nelle case (molte scene di simposi e banchetti raffigurano cani su comodi cuscini o sotto le tavole imbandite), il cane spesso segue il padrone nella morte, venendo cioè sacrificato al fine di continuare a proteggerlo anche nell’Aldilà.

Il cane è, inoltre, oggetto di sacrificio anche in riti propiziatori, di purificazione ed espiatori.

Nella vita quotidiana questo animale vive a contatto con greggi, animali selvatici o altri animali domestici, correndo il rischio di contrarre varie patologie.

A questo proposito, gli autori antichi propongono interventi curativi preventivi, talvolta molto fantasiosi.

Tre patologie

Plinio il Vecchio ed Eliano riportano come i cani potessero essere affetti solamente da tre patologie: la rabbia, il cimurro e la gotta. 

Forse perché associato alla rinascita o perché in grado di curarsi autonomamente con la propria saliva o ingerendo erbe particolari, il cane diventa esso stesso guaritore, di conseguenza facilmente associabile ad una divinità come Asclepio.

La patologia più diffusa e nefasta era la rabbia, di cui il mondo antico non conosceva però l’eziologia. A scopo preventivo si consigliava di tagliare la coda ai cuccioli ed aggiungere sterco di gallina al cibo che veniva dato al cane.

Qualora la patologia fosse già manifesta, si somministrava elleboro o castoreum (un sedativo ricavato da secrezioni ghiandolari di castoro) mescolato a polvere di avorio e latte.

Tra i rimedi ai morsi di animali rabbiosi figura l’applicazione di decotti di rose selvatiche, dette perciò rose canine, sangue di cane e cenere di testa di cane.

Il cimurro è un’altra malattia infettiva del cane, dei canidi selvatici, dei felidi e di alcuni mammiferi marini. È causata da un morbillivirus affine al virus del morbillo umano, della peste bovina e dei piccoli ruminanti.

Il virus del cimurro entra nell’organismo attraverso il tratto respiratorio e la congiuntiva, e proliferando nei linfonodi regionali, da origine ad una forte viremia.

I segni clinici della malattia comprendono febbri bifasiche, diarree, vomito, tosse e talvolta cecità. Dopo qualche settimana, si osservano anche ipercheratosi dei cuscinetti plantari e del tartufo, associati a segni neurologici come paralisi, convulsioni, contrazioni muscolari e tremori.

La terza patologia che gli antichi credevano potesse affliggere il cane è la gotta, ma diversamente dalle prime due questa patologia reumatologica è rara nei mammiferi domestici e si sviluppa solo in specie che mancano dell’enzima uricasi, quindi nell’uomo, negli uccelli e nei rettili.

Probabilmente quella che veniva definita gotta era in realtà la pseudo-gotta, ossia una deposizione di calcio e fosforo in una o più articolazioni, che si manifestava in seguito a depositi articolari dovuti all’usura meccanica, in particolare a livello dell’articolazione scapolo-omerale.

Oggi fortunatamente le prime due patologie vengono prevenute nei nostri cani grazie all’impiego di vaccini, mentre la terza patologia può essere prevenuta con diete equilibrate o comunque curata qualora si presenti.

Nell’antichità la medicina, la superstizione, la religione e l’osservazione stessa delle patologie si mescolavano in un unicum estremamente fantasioso, cosa che purtroppo in alcuni casi avviene anche oggi, laddove la ragione sia ottenebrata dall’ignoranza e dalla superstizione.

Fonti:

Ferrari A., 2015, Dizionario di mitologia, De Agostini Libri, Novara.

McGavin D., Zachary J., 2010, Patologia veterinaria sistematica, Elsevier, Milano.

Meneghetti V., 2010, L’uomo e il cane, storia di un’antica alleanza, Mursia Editore, Milano.

Penso G., 1985, La medicina romana. L’arte di Esculapio nell’Antica Roma, Ciba.

Trantalidou K., 2002, Companions from the oldest times: dogs in ancient Greek literature, iconography and osteological testimony, in “Dogs and people in social working, economic and symbolic interaction”, Snyder L.M., Moore E. (eds.), Durham, pp. 96-119.

Archeozoologa (laureata e specializzata all’Università di Pisa) in forza al Museo delle Navi di Pisa e membro del FAPAB Research Center (Avola, Sicilia); già cultore della materia in Anatomia Veterinaria presso l’Università di Pisa.