Friuli-Epidemie tra passato e presente
Maria Santoro esamina il caso del Friuli Venezia Giulia, dove i nostri antenati avevano imparato a convivere con l’improvvisa esplosione delle epidemie.

La storia dell’umanità è ciclicamente segnata dal sopraggiungere di inattese epidemie. In molti casi si tratta di zoonosi, infezioni o malattie che possono essere trasmesse direttamente o indirettamente dagli animali all’uomo e viceversa.

Ebola è una zoonosi, come pure la peste bubbonica, l’influenza spagnola del 1918-19 (originata da una specie di uccello acquatico), tutti i tipi di influenza umana, la malattia di Lyme, l’encefalite da virus Nipah, la febbre emorragica del Nilo, la rabbia. L’elenco è lungo.

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Oggi l’umanità si difende dall’aggressione di Sars-Cov-2, trasmesso all’uomo dal pipistrello e da un ospite intermedio, probabilmente il pangolino.

Solo in Italia, sono oltre 105mila le persone contagiate dal 21 febbraio e oltre 12mila i decessi. Una strage imprevedibile.

Ma come facevano i nostri predecessori a gestire epidemie e periodiche pestilenze, come facevano a riprendere quota le attività produttive costantemente minacciate dal sopraggiungere di malattie infettive?

Il caso del Friuli Venezia Giulia

Secondo un recente rapporto, il Friuli Venezia Giulia risulta testa alla classifica delle regioni per minor numero di trasgressioni ai decreti restrittivi. Un primato nazionale che da un lato mostra il rigore e l’adeguamento immediato alle misure indicate dal governo, ma sfortunatamente al momento non evita la progressione dei contagi.

Al 31 marzo il Friuli registra 107 decessi e 1593 positivi su 14.003 tamponi eseguiti. Tra i positivi, 229 sono ricoverati con sintomi e 60 sono in terapia intensiva.

All’iniziale chiusura precauzionale è seguita, il 28 febbraio – esattamente un giorno prima dell’esordio dei contagi – una “coraggiosa” campagna di promozione turistica caratterizzata dal claim “FVG Aperto per Vacanza”.

Per contrastare la flessione delle prenotazioni, l’agenzia PromoTurismoFvg ha riassunto in un video 19 buone ragioni per visitare il Friuli Venezia Giulia, offrendo sconti e sky pass gratuiti e presentando la regione come un antidoto alla Covid-19.

Esistono purtroppo di quei giorni numerose testimonianze fotografiche delle spiagge e delle montagne (in particolare lo Zoncolan) con pericolosi assembramenti di persone in atteggiamento “vacanziero”.

In queste settimane, per fronteggiare l’ascesa dei casi, la regione ha aumentato il numero delle terapie intensive disponibili, appena 29, portandole a 72 e prossimamente a 140.

Molte sono le raccolte fondi aperte per l’acquisto di macchinari, respiratori in particolare. In attesa di ricevere le mascherine, alcune aziende manifatturiere hanno iniziato a produrre dispositivi di protezione per i sanitari.

Epidemie – che storia!

Il Friuli ha una storia di resistenza a numerose pestilenze. La peste bubbonica, arrivata nel Mediterraneo dai focolai dell’India meridionale o dell’Africa centrale, colpì il Friuli a partire dal 541 d.C. circa, lasciando villaggi abbandonati, terre agricole trasformate ed enormi danni all’economia.

Tra il 1200 e il 1900, una lunga serie di malattie danneggiò le comunità friulane: pestilenze, “male del montone” (tipico di questo animale, ma colpiva anche l’uomo), tifo petecchiale, influenza spagnola. È comunque difficile valutare l’incidenza delle pandemie sui dati demografici generali.

È del 1222 la gravissima peste che afflisse il Friuli come il resto dell’Italia, e ritornò nel 1244.

Nel 1348 al terremoto seguì una nuova epidemia, causata dalla Peste Nera, così aggressiva che secondo le fonti storiche il Friuli “rimase quasi privo d’habitanti. Perivano irreparabilmente in tre giorni”.

Anche il 1359 viene ricordato come l’anno dell’epidemia pestilenziale, “morbo micidialissimo” (che continuò per 5 anni). A Udine, in particolare, la peste colpì crudelmente nel 1381 al punto che “fino a cento al giorno si seppellivano”.

Nel 1445 ci fu una nuova grande peste, nel 1467 colpì San Daniele e qui fece ritorno nel 1510, mentre nel 1533 sopraggiunse anche a Spilimbergo dove morirono 450 cittadini.

Arriva la peste. Cosa si fa?

Le misure restrittive che oggi noi sperimentiamo non introducono elementi particolarmente innovativi.

Nei secoli XV e XVI, la città di San Daniele ed il suo comprensorio, pesantemente soggetti al mortale flagello contro il quale a poco servivano rimedi sanitari e generiche disposizioni comunali, consideravano l’isolamento degli infetti e i provvedimenti restrittivi alla mobilità come misure essenziali di difesa.

Nel 1476 il giurato-sindaco ser Zannino Mozzi vietò la sosta dei forestieri in città così come controllò i malati del Pio Ospedale provenienti da luoghi sospetti di peste, per evitare rischi di contagio agli altri degenti.

Due anni dopo si inaugurò la tecnica dei “rastrelli”, ovvero sbarre rigidamente vigilate agli ingressi della città, che impedivano il passaggio a chiunque non avesse la “patente di sanità” rilasciata da un medico.

Nei documenti storici si parla inoltre della costruzione di castelli a difesa di passaggi e valli di raccordo sull’arco alpino, fra i territori di Venezia e quelli dell’Impero tedesco (ordinanza del patriarca di Aquileia risalente al 1629 nella carta 65 del registro 53).

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Questo conferma che il metodo più efficace per fronteggiare le epidemie, dalla notte dei tempi, sia e rimanga il più semplice: isolamento e rigidi controlli.

E chi scappava?

Non mancano testimonianze di fughe dai territori e centri appestati. Cosi come abbiamo sperimentato in Italia, con le stazioni al nord prese d’assalto a poche ore dai decreti governativi che istituivano le zone rosse, anche allora le fughe erano probabilmente dovute al timore del contagio nel disperato tentativo di trovare riparo.

Come testimonia la carta 135 del registro 53 del 2 Luglio 1682, il Provveditore alla Sanità della Patria del Friuli, Domenego Mocenigo ordinava che venissero messi “in contumacia” ma perdonati i fuggitivi che si pentivano e decidevano di ritornare alla propria abitazione prima della fine dell’epidemia. Chi invece non faceva ritorno di sua volontà era punito con la morte.

I controlli

Frequentissimi furono i proclami delle autorità rivolti soprattutto ad osti e locandieri di questa terra perché “capitando Foresti alle loro Osterie et Locande et ivi trattenendosi per più di tre giorni abbino a darne notizia all’Officio di questa Comunità con nomi, cognomi e Patria delli Medesimi per quelle ispetioni et deliberationi che si giudicheranno opportune”.

Economia versus salute

Molti furono nella storia i bandi di sospensione delle feste, delle fiere o dei mercati cittadini.

L’economia oggi ha sul mondo l’effetto di un enorme ricatto: senza le industrie, le fabbriche, i negozi e i piccoli artigiani, i Paesi intraprendono la via della recessione.

Ma senza braccia di uomini sani come potrà reggere la filiera produttiva? Anche allora l’eventualità della sospensione dei mercati influiva sulla ricchezza delle città. Tuttavia, di fronte all’emergenza delle epidemie, le pubbliche autorità, nei secoli, hanno scelto la sicurezza della popolazione.

Nell’inverno del 1665 furono sospesi tutti i commerci. Ad un certo punto, proprio come oggi a Bergamo e Brescia, mancò perfino lo spazio per le sepolture. Il Comune di San Daniele assunse operai per il trasporto di terra nei piccoli angoli cimiteriali ai lati del Duomo, dove le salme erano inumate su due strati.

La storia ci insegna che le misure di contenimento adottate in Italia non potranno essere completamente interrotte nei prossimi mesi, anche dopo l’eradicazione dell’epidemia in tutte le regioni.

È possibile che in futuro l’economia italiana diventi autarchica e veramente “italiana”. La regione Friuli Venezia Giulia ha promosso in questi giorni la campagna “#iocomproFVG” per sostenere le produzioni locali.

Gli untori

Ogni epidemia di peste generava comportamenti isterici collettivi. Il popolo riteneva il contagio una manifestazione della collera divina: così, in un’atmosfera tremenda e raccapricciante, nasceva l’esigenza di esorcizzare la paura della morte attribuendone la causa a un popolo o a una comunità.

Con la peste si diffuse l’immagine dell’ebreo avvelenatore (cosi come del cinese oggi). Ciò determinò un gran numero di processi, torture, esecuzioni, carneficine.

A Udine nel 1445 l’ira del popolo si scagliò contro i commercianti. Gioseffo da Muggia aveva acquistato una partita di materassi a Capodistria e prima di trasportarli nella sua bottega a Udine li aveva depositati a Venezia.

Sia a Capodistria che a Venezia c’era stata la peste e in questo modo la malattia si diffuse insieme ai materassi, causando ben 827 vittime.

Qualcuno era immune?

Allora come ora “nessuna età, nessun temperamento o costituzione può dirsi esente dall’appestati”.

La classificazione dei malati e dei morti per Covid-19 inizialmente ristretta alla categoria “di anziani pluripatologici” non corrisponde al vero. Questa “falsa certezza” ha spinto ragazzi e giovani adulti a sottovalutare l’aggressività del virus.

In Friuli il contagio si manifesta per il 19,1% nella fascia d’età tra i 50 e 59 anni, seguita per il 14,7% nella fascia tra i 60 e i 69 anni, subito dopo tra i 40 e 49 anni.

A conferma che Covid-19 non colpisce soltanto gli anziani, la percentuale dei contagiati tra gli 80 e gli 89 anni è del 14,2%. L’età media in generale è 59 anni e tra le persone che hanno contratto il virus ben 127 sono operatori sanitari.

Lazzaretti

Le difese e l’assistenza erano le poche terapie di medicina empirica conosciute.

Risalgono al 1308, ma forse già a qualche decennio prima, la costruzione e la consacrazione nel centro di S. Daniele del Pio Ospedale e della vicina chiesa di S. Antonio di Vienne, protettore contro il “fuoco sacro” e altre infezioni. Poco dopo fu il turno di S. Luca con annesso lazzaretto alla periferia della città e negli anni successivi, Madonna della Fratta e San Francesco con rispettivi monasteri.

Oggi, nelle regioni più colpite, si convertono varie strutture in ospedali da campo destinati ai contagiati. Molti ospedali hanno riservato interi reparti a questi pazienti speciali.

Un tempo il lazzaretto veniva eretto fuori dalle mura e le costruzioni spesso erano di legno, cosi da poterle bruciare e distruggere dopo il contagio.

A Udine, nel 1445, il Consiglio maggiore aveva deciso di costruire un lazzaretto fuori città. Nacque così il lazzaretto di San Gottardo. Oggi a Trieste la regione ha destinato alla quarantena dei pazienti Covid-19 il lazzaretto di Muggia.

I medici non avevano in dotazione le moderne mascherine. Durante le visite agli ammalati indossavano una specie di toga lunga e incerata, una maschera dotata di occhiali e di un lungo becco contenente delle essenze aromatiche, aglio e spugne imbevute di aceto, tutti elementi  che avrebbero dovuto contrastare il rischio di contagio. L’aggiunta di paglia agiva poi da filtro.

Non finisce qui

Altre pestilenze si susseguirono in Friuli tra XVII e XVIII secolo. È del 1682 la testimonianza di Giovanni Maria Marussig, lo scrittore più famoso della letteratura goriziana dell’età barocca.

Nei suoi manoscritti, conservati nella Biblioteca civica di Gorizia, registra una dettagliata relazione sull’epidemia che ha colpito varie zone di Gorizia, aggiungendo anche “li più rarri et curiosi sucessi in città e lazaretti.”

Marussig, confinato nella sua abitazione in quarantena, descrisse quello che accadeva intorno a lui e nell’intera contea: la fuga dei nobili, l’interruzione dei commerci, l’attività dei becchini e dei commissari di sanità, le processioni votive, la distruzione dei letti infetti.

Il Friuli ha vissuto anche il colera nel 1855 e nel 1915, infine nel 1918 una disastrosa pandemia, l’influenza spagnola, si diffuse negli eserciti e tra i civili decimando la popolazione.

La storia insegna

I nostri antenati, non solo in Friuli Venezia Giulia ma in tutta la penisola italiana, avevano imparato a convivere con l’improvvisa esplosione delle epidemie. Avevano imparato a gestirle e a sopravvivere.

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Quella era però una società che non aveva ancora conosciuto il progresso della scienza, come ad esempio l’introduzione dei vaccini, grazie ai quali molte malattie infettive possono essere controllate ed eradicate.

Magari la scienza ci salverà ancora, con un altro vaccino o una terapia. Saremo disposti a non rinnegarla?

Fonti:

Regesti, suddivisi in 11 tomi, del notaio sandanielese Giovanni Battista Pithiani

Carlo Venuti, Pestiferus, in Quaderni Guarneriani, San Daniele del Friuli, 2015.

Giornalista pubblicista laureata in Lettere e Filosofia all’Università di Udine con Laurea Magistrale in Italianistica; dal 2011 collabora per quotidiani del Triveneto. È stata corrispondente della Fondazione per la Scienza e ora scrive per il sito Assedio Bianco. É socia fondatrice del Patto Trasversale per la Scienza. Suoi articoli sono stati pubblicati anche dal sito web del settimanale Io Donna.