La campana del coprifuoco
Nel Medioevo, al calar della sera, una campana imponeva lo spegnimento di ogni fuoco, al fine di prevenire incendi e assembramenti notturni. Oggi invece occorre “coprire” i focolai dell’epidemia, restando in casa per non vanificare lo sforzo di medici e operatori sanitari.

Per combattere l’emergenza coronavirus, dichiarata pandemia dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) il 12 marzo scorso, il governo italiano ha varato una serie di misure restrittive, che possono essere sintetizzate in una sola espressione: “Io resto a casa.”

La contrazione delle interazioni sociali, per quanto dolorosa, è infatti fondamentale per arrestare l’epidemia di COVID-19 (malattia infettiva causata da SARS-CoV-2), nell’attesa di un vaccino efficace per cui ancora occorreranno tempo e sperimentazioni.

Le strade vuote, le saracinesche dei negozi abbassate, le luci spente nelle piazze, uno spettrale silenzio (interrotto solo dai canti, a volte incauti, sui balconi dei palazzi) e un controllo capillare e sistematico degli spostamenti dei cittadini da parte delle forze dell’ordine, hanno creato una condizione che è stata ribattezzata dai media coprifuoco.

Il termine è apparso a volte virgolettato, quasi a voler dire “una sorta di coprifuoco”, a volte, invece, il suo utilizzo è stato esplicito, come ad esempio da parte del sindaco di Messina Cateno De Luca che ha prima annunciato un’ordinanza coprifuoco, per poi revocarla e riproporne nelle ultime ore una nuova in linea con il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri. Dal canto suo, Luca Zaia, Governatore della Regione Veneto, ha lasciato intendere che, se le attuali misure di contenimento non dovessero bastare,  il passo successivo sarebbe il coprifuoco.

Ma cos’è esattamente il coprifuoco? Cosa significa? È veramente in vigore o potrebbe diventarlo?

“Coprifuoco” indica un divieto imposto alla popolazione civile di uscire di casa soprattutto nelle ore serali e notturne per ragioni di sicurezza, quali ad esempio una grave emergenza sanitaria o militare.

È un termine ormai desueto, alle nuove generazioni probabilmente ignoto, e nell’immaginario collettivo è associato alla vita militare, ad un golpe sudamericano o asiatico e ai contesti bellici.

Non a caso nella nostra storia il suo utilizzo più noto risale alla Seconda guerra mondiale, a partire dal 26 luglio 1943, quando all’indomani della caduta di Benito Mussolini (dopo la notte del Gran Consiglio del Fascismo), il nuovo governo Badoglio, di carattere squisitamente militare, impose in tutta Italia questa misura restrittiva della libertà. I sudditi del Regno d’Italia erano costretti a rimanere chiusi in casa dalle 21 della sera alle 5 del mattino successivo.

I militari avevano l’ordine di sparare a chiunque fosse sorpreso nell’atto di violare il coprifuoco. Contestualmente, furono vietati assembramenti di varia natura, inclusi gli spettacoli teatrali.

“Nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento,” così la circolare emanata dal generale Mario Roatta la sera del 26 luglio. L’ordine era chiaro, come pure le conseguenze per eventuali violazioni: “ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine.” Nessuna leggerezza o debolezza era consentita ai militari in servizio, pena l’essere “immediatamente passato per le armi”.

Altri tempi rispetto ai nostri, altre tragedie, comunque relative all’emanazione di norme nel contesto dell’applicazione della legge marziale. Pertanto, pur esistendo interessanti parallelismi col passato, parlare di coprifuoco appare oggi improprio. Sarebbe infatti più corretto riferirsi all’attuale situazione come ad un insieme di prescrizioni, limitative della libertà di circolazione dei cittadini italiani, i quali non possono lasciare la propria abitazione senza un valido motivo.

Giustissimo, quindi, ripetere che è obbligatorio ed estremamente importante, non facoltativo e dall’opinabile utilità, rimanere a casa per contenere il numero dei contagi e non mettere in ulteriore sofferenza il sistema sanitario nazionale.

Tuttavia, un continuo richiamo ad un coprifuoco marziale e fortemente coercitivo proprio del periodo bellico potrebbe indurre alcuni cittadini a vivere con spirito eccessivamente negativo la situazione attuale, non comprendendo la forte carica di investitura di responsabilità personale e collettiva.

In tempo di guerra, uscendo di casa durante il coprifuoco, si finiva passati per le armi dai soldati. Oggi si deve semplicemente certificare il motivo per cui non si sta a casa, sapendo che, in caso di dichiarazione mendace, si potrà rischiare la denuncia e potenzialmente sanzioni penali (ma non certo la morte!).

Ma da dove deriva questo termine così strano, copri-fuoco?

L’origine del termine è senza dubbio medievale. Indicava il costume diffuso di coprire il fuoco. Controllare i fuochi all’interno delle abitazioni, all’epoca spesso di legno, era fondamentale per prevenire incendi dalle conseguenze devastanti e al tempo stesso impedire gli assembramenti notturni.

In Inghilterra si sperimentava il coprifuoco già al tempo di Alfredo il Grande (849-899 d.C), che pare  avesse emanato un’ordinanza limitativa per gli abitanti di Oxford, tenuti a ritirarsi nelle proprie abitazioni ad una certa ora della sera. Tuttavia, tradizionalmente, si fa risalire a Gugliemo I “il Conquistatore” (1028-1087) l’origine di norme restrittive della libertà di circolazione dei sudditi.

Il duca di Normandia che conquistò l’Inghilterra grazie alla decisiva vittoria nella Battaglia di Hastings (1066) introdusse nel paese la lingua normanna, dialetto del francese antico che si sarebbe gradualmente amalgamato con l’idioma anglosassone (il cosiddetto “Old English”), portando alla nascita del Middle English, la lingua in cui furono scritti da Geoffrey Chaucer i celeberrimi Racconti di Canterbury.

L’attuale parola inglese per coprifuoco è infatti curfew e deriva dal medio inglese curfeu, a sua volta mutuato dal francese antico couvre-feu. In origine il significato era letterale, ossia, ad un dato segnale dalle autorità, nelle abitazioni era d’obbligo coprire i fuochi (non necessariamente spegnerli del tutto). Il coprifuoco “guglielmino” scoccava tutte le sere alle 8 e, come si può ben intuire, era finalizzato a tenere le persone lontane dalle strade o a impedire il loro raduno.

La conquista di una nazione, si sa, non è l’esito di una sola battaglia o di una campagna militare, ma richiede un graduale consolidamento: Guglielmo il Conquistatore non poteva certo concedere all’orgoglio mai domo dei suoi rivali sassoni di organizzare nel cuore della notte raduni e cospirazioni contro il suo potere.

Nel 1103, molti anni dopo la morte del re, il suo quarto figlio e secondo successore, Enrico I (ca. 1068-1135 d.C.), dietro insistenza della moglie Matilda, abolì finalmente la curfew law. Da quel momento in poi il rintocco della campana del coprifuoco (curfew bell o ignitegium in latino) assunse un significato culturare e letterario, mentre il coprifuoco avrebbe caratterizzato nella storia eventi bellici e di grande emergenza.

Insomma, facciamo attenzione al fuoco. Occorre “coprire” i focolai dell’epidemia, restando in casa per non vanificare lo sforzo dei medici e degli operatori sanitari.

Ringraziamenti:

L’autore ringrazia il Prof. Ranieri de Maria, giurista, per i preziosi suggerimenti giurisprudenziali e la revisione di questo scritto. 

Fonti:

Enciclopedia Treccani: http://www.treccani.it/vocabolario/coprifuoco/ (ultimo accesso 18/03/2020)

Coprifuoco nella storia anglosassone:

Schmalleger F. Crime and the Justice System in America: An Encyclopedia. Greenwood Publishing Group, 299 pp.

Weir A. Queens of the Conquest: The extraordinary women who changed the course of English history 1066 – 1167 Random House, 2017, 496 pp.

Medico e professore associato presso la Flinders University (Australia), studioso delle malattie nel passato e della loro evoluzione (paleopatologo), direttore del FAPAB Research Center (Sicilia), divulgatore scientifico e socio fondatore del Patto Trasversale per la Scienza.