Zoonosi -nterazione uomo e animale nell'arte egizia
Il coronavirus SARS-CoV-2 all'origine della pandemia di CoViD-19 è solo uno dei tanti esempi nella storia delle zoonosi, malattie che possono essere trasmesse dagli animali vertebrati all’uomo e viceversa

La pandemia di COVID-19 ha posto fortemente l’attenzione sulle zoonosi, ossia quelle patologie che si presentano inizialmente nelle specie zoologiche e finiscono per essere trasmesse alla specie umana.

Recenti analisi molecolari indicano infatti come il coronavirus SARS-CoV-2 sia giunto all’uomo dopo aver avuto altri ospiti animali, con i più probabili condidati il pangolino e il pipistrello.

Le patologie animali possono essere state determinate da fattori ecologici in cui l’uomo non ha avuto alcun ruolo, tuttavia è certo che le “nostre” moderne specie animali abbiano determinato notevoli variazioni a partire dalla preistoria fino ad oggi.

Equilibri e frequenze delle patologie dalla preistoria fino ad oggi.

Gli equilibri e la frequenza delle patologie variarono necessariamente durante il Neolitico, con la rivoluzione agricola (ca. 10.000 a.C.) che portò a grandi mutamenti e innovazioni, non da ultimo l’introduzione dell’allevamento.

Accadde così che, mentre alcune specie rimaste selvatiche continuarono a essere più esposte a mancanza di cibo, condizioni climatiche avverse e in balia dei predatori, altre vennero domesticate. Queste specie, pur sfuggendo alle avversità della vita allo stato brado, finirono paradossalmente per essere maggiormente esposte a nuove patologie emergenti, proprio a causa dell’interazione con i gruppi umani, in un contesto ecologico ormai in parte modificato dall’uomo stesso.

Se da un lato un’alimentazione più regolare ha allontanato gli effetti della malnutrizione invernale, le patologie a questa associate e ha aumentato la probabilità di sopravvivenza degli individui più gracili, dall’altro ha incrementato il rafforzarsi ed il prolificare di una determinata specie.

Ambienti più densamente occupati e angusti hanno inoltre incrementato il diffondersi e il proliferare di alcune infezioni.

Le patologie legate al mondo animale hanno un’origine lontana: salmonellosi e parassitosi gastroenteriche, ad esempio, originano nel Neolitico ma sono presenti ancora oggi.

La concentrazione di mandrie e greggi ha determinato lo stabilirsi di corridoi per infezioni intrusive che hanno portato ad epidemie virali. È il caso, ad esempio, della Blue tongue (febbre catarrale degli ovini) e di numerose encefaliti.

Lo spostamento dei primi allevatori verso nuovi territori ha determinato ulteriori problemi di salute agli animali. La febbre catarrale maligna africana, comune nei bovini, ad esempio, originerebbe dalla promiscuità delle mandrie domestiche con quelle autoctone di una particolare zona.

Allo stesso modo, le migrazioni umane e le varie conquiste territoriali hanno contribuito alla diffusione delle patologie al di fuori della loro area originaria.

Molti dei resti archeozoologici che studiamo sono ciò che rimane di animali spirati in seguito a malattie causate da agenti infettivi o, più semplicemente, di inedia.

La carcassa veniva abbandonata o sotterrata nei casi in cui la malattia determinava mutazioni macroscopiche evidenti. Tuttavia, senza la presenza di queste evidenze, l’animale entrava tranquillamente a far parte della catena alimentare.

Consumando carne e latte infetti, le popolazioni del passato sono state esposte ad infezioni reiterate da parte dei patogeni ivi presenti e alle conseguenze patologiche che ne derivano.

Eziologia delle patologie

L’eziologia delle patologie, sia nell’uomo che negli altri animali, è complessa.  

Per la maggior parte degli agenti infettivi, siano essi virus, batteri o altri parassiti, la relazione ideale tra patogeno e ospite prevede che quest’ultimo non possieda difese contro il primo. Ciò significa che l’agente infettante può essere già presente nell’ospite (l’animale) in quantità elevata e proliferare per un lungo periodo, espandendosi e propagando la propria informazione genetica.

La morte dell’ospite è molto svantaggiosa per l’agente infettante: gli agenti patogeni che uccidono l’ospite stesso sono evoluzionisticamente svantaggiati. Infatti, con la popolazione ospite fortemente ridotta dal punto di vista numerico, diminuisce anche la probabilità di successo di contagiare un altro soggetto. La conseguenza può quindi essere la scomparsa dell’agente infettante.

I dati relativi alla comparsa delle prime “anomalie” patologiche vanno di pari passo con una crescente consapevolezza delle comunità umane e con i vari tentativi di contenere e rettificare le problematiche patologiche.

Già tra il 2000 e il 1500 a.C. si osserva una crescente attenzione alle problematiche veterinarie, come attestano le evidenze provenienti da Egitto e dall’Asia Occidentale.

Nel Codice Babilonese di Eshnunna risalente al 1900 a.C. compaiono le prime raccomandazioni relative alle cure e agli interventi chirurgici relativi alla pratica del taglio delle corna dei bovini quale misura preventiva.

Nell’Antico Egitto l’evidenza di una medicina veterinaria, anche se rudimentale, è suggerita dal Papiro di Kahun redatto intorno al 1800 a.C. Questi veterinari ante litteram erano capaci di abbassare la temperatura corporea del bestiame mediante l’applicazione di liquidi freddi.

È estremamente complicato comprendere la natura delle malattie contro le quali questi rimedi venivano applicati. Con molta probabilità, si doveva trattare della peste bovina (nota anche con il nome tedesco “Rinderpest” e causata dal Rinderpest virus, RPV, un virus a RNA imparentato con il virus del morbillo umano) e della febbre catarrale maligna (Bluetongue virus, BTV, anch’esso a RNA).

Successivamente, già prima del 500 a.C. alcuni specialisti veterinari furono impiegati nelle città greche. Non si può ignorare il fatto che Ippocrate fu uno dei padri fondatori della medicina veterinaria, oltre che della medicina umana.

Dopo di lui, Senofonte (430-354 a.C.) focalizzò la sua attenzione sulla salute di cani e cavalli, come più tardi fece anche Aristotele (384/383-322 a.C.). I Greci hanno indubbiamente fornito un notevole contributo alla conoscenza della medicina veterinaria, ma è il mondo romano, con autori del calibro di Varrone (116-27 a.C.), Columella (I sec. d.C.), Vegezio (IV-V sec. d.C.), a rendere la veterinaria una disciplina compiuta, anche se in posizione subalterna rispetto alla medicina umana.

Il termine mulomedicus, riferito ai veterinari civili, venne coniato nell’Edictum de pretiis, emesso nel 301 da Diocleziano. Lo stesso editto sui prezzi massimi indicava con i termini veterinarius e medicus iumentarius coloro che si occupavano delle avifaune, mentre il medicus pecuarius era dedito alla salute di mandrie e greggi.

La storia insegna.

È evidente l’importanza di controlli igienico-sanitari negli allevamenti, nonché l’impiego di antibiotici negli animali da produzione.

Quest’ultima affermazione è stata molte volte distorta. Infatti, si  è portati a credere che i farmaci dati all’animale rientrino nella catena alimentare e dunque nel nostro piatto.

Non è così. I prodotti di derivazione animale sono soggetti a lunghe fasi di processazione prima di essere inseriti sul mercato. Gli antibiotici non vengono somministrati in modo indiscriminato: vengono impiegati con dosi ben precise per curare da una malattia, non per prevenirla.

Inoltre, è d’obbligo rispettare il  cosiddetto tempo di sospensione, cioè l’intervallo temporale che deve decorrere prima di macellare l’animale, in modo che l’antibiotico venga totalmente smaltito e non ne resti alcuna traccia.

Le dosi e i tempi di sospensione sono calibrati in modo da non avere residui nelle carni e altri prodotti animali, come latte e uova.

Per tutelare la sicurezza dei consumatori ed evitare fenomeni di antibiotico resistenza, sono stati fissati dei Limiti Massimi Residuali (LMR), cioè la concentrazione massima di residui di un determinato farmaco ammessa nella carne, latte e uova. Le dosi e i tempi di sospensione sono stati stabiliti in modo che l’alimento arrivi al consumatore finale con residui nettamente al di sotto degli LMR consentiti.

Quanto ora specificato sottolinea l’importanza dei controlli igienico-sanitari negli allevamenti dei nostri animali domestici e l’importanza della figura del medico veterinario in questo particolare ambito.

Fonti:

Baker J., Brothwell D., 1980, Animal disease in archaeology, Studies in archaeological science. London, New York Academic Press

Bartosiewicz L., Gal E., 2018, Care or Neglect?: Evidence of Animal Disease in Archaeology, Oxbow Books, Oxford.

McGavin D., Zachary J., 2010, Patologia veterinaria sistematica, Elsevier, Milano

Archeozoologa (laureata e specializzata all’Università di Pisa) in forza al Museo delle Navi di Pisa e membro del FAPAB Research Center (Avola, Sicilia); già cultore della materia in Anatomia Veterinaria presso l’Università di Pisa.